Giornate d’aprile


Giornate d’aprile: sole alto nel cielo, luce intensa sulla scrivania, vento allegro, spensierato e un po’ ribelle. Poi un momento grigio; ma è una pausa necessaria affinché il sereno non diventi vittima dell’indifferenza.

Nonostante la monotonia delle strade cittadine, ad aprile è facile immaginare acque limpide, alberi in festa, fiori che sorridono al mondo.
E si leggono parole, s’intonano canti, si celano abissi di pensieri non detti.

Buona Pasqua a tutti!

Freddo d’autunno


Dopo lo squallore della pioggia e del cielo scuro, oggi il sole splende ma la giornata è freddissima, quasi invernale. Restano i colori a ricordarci che è ottobre, che è autunno e che ci attendono altri momenti di serenità e d’inarrivabile dolcezza.
Scomparsa la tristezza dal volto del cielo, persino gli alberi, mentre le foglie li abbandonano senza rimorsi, sembrano sorridere e forse divertirsi di fronte allo spettacolo del mondo.

A settembre


Settembre sa regalare giornate come poche: luminose ma non accecanti, allegre ma senza frivolezze. Impercettibilmente aumentano le ombre, s’insinuano con estrema discrezione, quasi come se non volessero turbarci. Settembre è spesso così, delicato e rispettoso: assomiglia a una persona che bussa a una porta senza fare troppo rumore per non disturbare. Una persona che vuole entrare ma senza imporsi.

Ci aspettano giornate di una serenità senza pari persino qui, dove il clima è spesso antipatico e ostile. Saranno ancora possibili pranzi all’aperto e chiacchiere spensierate sotto gli alberi; guarderemo i fiori sospirare al vento e attenderemo la fine dell’estate senza timori.

(In foto il dipinto Mezzogiorno, di Plinio Nomellini)

Le due sorelle


Tutto tace e allora è facile pensare. Un muro rosa, una finestra chiusa, i fiori in attesa: chissà perché evocano in me ricordi d’infanzia e d’una casa che non m’apparteneva.

Il giardino era abbastanza grande, circondato da alberi e protetto da una lunga rete verde, mentre la sobria villetta aveva una grazia indefinibile. Il cane si chiamava Kim ed era tremendo. Neppure io, che amavo gli animali, riuscivo ad avere simpatia per lui perché non faceva altro che abbaiare minacciosamente quando qualcuno, uscendo dal palazzo, era obbligato a passare davanti a quella rete. Era un cane antipatico perché il suo compito era soltanto quello di difendere la villetta, il giardino e le due sorelle che vivevano lì.

Le due sorelle…Da un po’ di tempo il loro ricordo sfiora la mia mente spesso, facendomi sussultare. Mi sovvengono i loro visi come avvolti da una nebbia che ne confonde i lineamenti: è la nebbia dei tanti anni trascorsi, è una nebbia che mi colpisce e che talvolta mi commuove.
Quando le due sorelle invadono i miei pensieri chiedendo di essere ricordate, affiorano immagini di giornate autunnali malinconiche e lente, della strada silenziosa percorsa dal vento, delle foglie morenti sull’asfalto. Poi rivedo i loro sorrisi e resto incantata.

Le due sorelle erano così, creature differenti. Sembravano provenire da un altro mondo. La loro cortesia era immutabile e i loro sorrisi non conoscevano ombre. Erano sorrisi che nascevano dal cuore, riflesso d’una gentilezza d’animo priva d’incrinature. Per me, che, sebbene bambina, comprendevo con estrema facilità chi era falso e chi era sincero, quelle due donne rappresentavano un enigma. Avvertivo la loro bontà, ma all’inizio quasi non volevo credere a ciò che vedevo perché non ero abituata a tanta grazia, a tanta luminosa serenità e costante dolcezza.
Non vi era mai neppure un velo di diffidenza e di malizia nei loro sguardi, non vi era mai nulla che interrompesse quella soave benevolenza che le rendeva uniche.

Sembra strano che, dopo tanti anni, tante esperienze e tante conoscenze, la mia mente torni a loro, che altro non furono se non vicine di casa con le quali non ebbi mai rapporti stretti. Eppure non posso farne a meno perché, né prima né dopo, ho mai incontrato volti così. Quei sorrisi radiosi, perenni primavere colorate di rosa, restano scolpiti in me come ricordi indelebili. E continuo a pensare, guardandomi intorno ogni giorno e facendo impietosi paragoni, che fossero davvero creature d’un altro mondo. Come bellissimi fiori nati nel fango.

Frammenti d’estate


Non è soltanto il sole a bruciare. Le porte sono chiuse, devono esserlo, sarebbe poco saggio lasciarle aperte.
Le porte sono chiuse: è l’unica condizione per poter pensare.

Non è soltanto il sole a bruciare. Affiorano frammenti di altre estati, di altri sentieri inondati di luce, di alberi felici nel caldo del pomeriggio. Affiorano frammenti e tutto sembra un lungo incubo: i dialoghi interrotti d’improvviso, le fughe incomprensibili, il buio, le parole mai pronunciate.

Le porte sono chiuse, ma dalla finestra s’intuisce l’orizzonte.

Nel giardino incantato


In un giardino incantato certe cose possono accadere. Ci sono viali nascosti riparati da alberi sempre sereni, cespugli di rose in fiore e un po’ di vento ad accompagnare i passi silenziosi. Qui la magia si può compiere, qui il tempo e lo spazio possono annullarsi, qui si può finalmente ricevere il dono più gradito.

Sarà nel pomeriggio d’un giorno non troppo caldo, quando tutti riposeranno. Accadrà quando il sole non sarà imbronciato, quando i pini inizieranno a sorridere, quando le rose gialle sussureranno all’aria canti e poesie. Accadrà quando il desiderio sarà così intenso da infrangere ogni distanza.
So che accadrà, perché i giardini incantati non conoscono barriere; so che accadrà, perché i giardini incantati non accettano sconfitte.

La tregua del silenzio


Nessuna voce stonata a spezzare la tregua del silenzio: è una mattina di primavera serena come poche.
Il silenzio è necessario, è un amico insostituibile, è un ponte che consente di oltrepassare gli inutili clamori del mondo per incontrare se stessi e ascoltarsi. Il silenzio è una carezza, come la brezza leggera di giornate tiepide e azzurre; il silenzio è uno scrigno dorato che cela preziose verità.
Se poi il silenzio arriva in un mattino di maggio, con gli alberi quieti a guardarci passare e i fiori a sorriderci, diventa un dono che sa d’infinito.

Umarells in panchina


In una giornata quasi estiva come questa avrei dovuto aspettarmelo. Con il sole caldo, il cielo azzurro e sereno e gli alberi finalmente verdi, possono forse gli umarells di buona volontà starsene rinchiusi nelle loro tane? In questo periodo, gli umarells tornano a prendere pieno possesso della città, invadendola in ogni luogo e dedicandosi ai trastulli che più amano.

Però mai mi sarei aspettata di avere tanta immediata fortuna in materia di umarells a primavera, mai avrei immaginato di vedere il fedele ripetersi di una scena che descrissi sul blog mesi fa. E, meraviglia delle meraviglie, i due protagonisti della scena sono gli stessi umarells di allora, evidentemente usciti indenni dai terribili rigori invernali.

Ma procediamo con ordine. Mentre stavo andando ad Acqua e Sapone per alcuni acquisti, in Largo Aldo Moro ho adocchiato due sagome su una panchina. A quel punto la mia attenzione è aumentata e il mio radar-acchiappa-umarells si è messo in funzione. Mentre mi avvicinavo, speravo con ardore che quanto mi sembrava di vedere fosse vero e non un parto della mia fantasia.
La scena era quasi bucolica, nonostante la panchina si trovi in uno spiazzo, riparato da begli alberi rigogliosi, che divide due strade piene di traffico. Giunta a pochi metri di distanza dalle due sagome, ecco palesarsi il quadro umarellico in tutto il suo splendore: due vispi e grassocci rappresentanti della specie, seduti a cavalcioni sulla panchina, giocavano a carte con grande serietà e concentrazione.

Sono stata maleducata, devo ammetterlo, perché mi sono girata a guardarli per parecchi secondi, accorgendomi che erano gli stessi della scorsa estate; d’altra parte la scena era troppo poeticamente umarellica per poter essere trascurata. Per fortuna i due non si sono accorti del mio interesse perché impegnatissimi a giocare.
Ovviamente avevano steso un bel foglio di giornale per non far cadere le carte, ed erano abbigliati con i tipici vestiti umarellici primaverili: jeans, camicia di cotone a quadretti, giacchetta da mezza stagione e cappello in testa per combattere contro il primo sole e il vento traditore, perché si sa che in primavera i raffreddori sono sempre in agguato e non bisogna mai fidarsi della bella stagione.

In cuor mio li ho abbracciati perché vederli così contenti, diligenti nel loro gioco e soprattutto disinvolti nonostante le persone che passavano e il traffico stressante intorno, mi ha regalato il buon umore.