Archivio per la categoria 'ricordi'

Ricordi di primavera


Un’immagine meravigliosa, con un accostamento di colori che è un autentico inno alla primavera, alla sua radiosità e alla sua gioiosa leggerezza. Un’immagine che mi riporta indietro nel tempo, improvvisamente, facendo rimergere un ricordo lontano.
Avevo quindici anni. Un’età magica, che può essere terribile e meravigliosa nello stesso tempo, un’età piena di sogni e d’ideali, di tenere ingenuità e di aspettative talvolta commoventi. Avevo quindici anni ed ero innamorata di un ragazzo che mi ricambiava ma con il quale, per ragioni troppo lunghe e monotone da spiegare, avevo interrotto i rapporti in maniera molto violenta e sofferta.
Essendo troppo giovani, e quindi ostinati, inesperti e incapaci di gestire il nostro rapporto, non trovammo mai più il modo di riconciliarci. Eppure, per un lungo periodo, riuscimmo a incontrarci, perché entrambi passavamo alla stessa ora del tardo pomeriggio in determinate vie del piccolo centro cittadino. Era una sorta di rito, di tacito accordo: passavamo, ci guardavamo senza pronunciare una parola, e ciascuno se ne andava per la propria strada.

Adesso arriva la parte comica. Sapendo d’incontrarlo, ovviamente io mi vestivo bene, nel senso che cercavo di mostrarmi al meglio delle mie possibilità. :P Fu così che una volta vidi, esposta nella vetrina di un negozio del centro, una bella camicetta a quadretti con un collo bianco piuttosto “importante”, come andava di moda all’epoca. Si sa che noi femmine amiamo la moda e, se possiamo, la seguiamo. E non sto a spiegare cosa provai quando vidi quella camicetta con il bavero bianco: la desiderai come un assetato desidera un bicchiere d’acqua in un torrido giorno d’estate. :D Entrando finalmente in quel negozio, mi sentii davvero felice pensando al momento in cui l’avrei indossata, tutta impettita come un gallo cedrone, per incontrare al mio amato.
Quando la commessa mi mostrò l’agognata camicetta e io stavo per afferrarla con malcelata avidità, quasi fosse l’ultima camicetta esistente sul globo terrestre, ebbi una terribile delusione perché la mia taglia non c’era più. Naturalmente, se fossi stata più razionale, avrei dovuto rinunciare all’acquisto. Invece no. La camicetta mi piaceva anche perché il colore mi stava bene, e così l’acquistai comunque, accettando d’indossare una taglia superiore alla mia.
E l’indossai, eccome se l’indossai! Sui jeans chiari era davvero carina e diventò il mio capo d’abbigliamento favorito. Ogni tanto, poi, la rimiravo con soddisfazione e partecipazione, quasi fosse una mia preziosa alleata soprattutto in certe occasioni. :D

Per quanto possa sembrare strano e anche buffo, il ricordo di quella camicetta è ancora particolarmente vivo in me, e non certo per una questione di moda, ma perché a essa sono legati momenti, sensazioni, pensieri e sentimenti irripetibili.
Adesso non solo non farei mai più nulla del genere - neppure se mi pagassero indosserei una camicetta di una taglia superiore alla mia, ancor meno per ragioni sentimentali - ma talvolta mi biasimo per averlo fatto. Poi, trascorso il momento critico, mi rendo conto di non poter giudicare le mie azioni di quindicenne in base a ciò che sono ora.
E forse la bellezza di essere tanto giovani, pieni di sogni e di speranze anche mal riposte, consiste proprio nel compiere azioni così delicatamente ingenue e nel camminare con passi incerti e malfermi lungo le strade della vita.

Vecchie cartoline

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Attualmente siamo abituati alle comode e velocissime email. Possiamo scriverne quante ne vogliamo, possiamo persino scambiarle giornalmente con persone che conosciamo soltanto a livello virtuale. Un’autentica rivoluzione, che ha prodotto notevoli cambiamenti nei nostri stili di vita.
Anche gli auguri, durante le festività, viaggiano comodamente via email o via sms. Eppure, da brava amante della scrittura, da persona abituata, fin dall’infanzia, a scrivere per ore e ore con la penna, da donna forse romantica e magari, mi si perdoni, leggermente all’antica - e ciascuno interpreti questa frase fatta come desidera - non so resistere al fascino delle cartoline, quelle bellissime cartoline colorate che, anni fa, scrivevamo per scambiarci gli auguri, che in qualche caso attendevamo con ansia, e che ogni tanto conservavamo nei cassetti più remoti, lontani da sguardi indiscreti, insieme a diari e a immagini che racchiudevano tutto il nostro mondo interiore.
Queste cartoline esistono ancora, ovviamente, ma certo non hanno più il medesimo ruolo di un tempo. Conservo ancora, e gelosamente, alcune cartoline di Pasqua, vere immagini rubate alle fiabe, autentici trionfi di primavera e di vita. Guardarle ha sempre rappresentato per me, durante l’infanzia, un momento di gioia profonda perché accendevano la mia fantasia, costantemente alla ricerca di colori che offuscassero il tanto grigio che avevo intorno. E le guardo ancora con la stessa, identica soddisfazione, lasciandomi influenzare dall’irreale splendore di quelle atmosfere incantate.

Un professore timido

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Al liceo, il mio professore di latino e greco era un uomo abbastanza timido e piuttosto pio. Pur essendo, la nostra, una scuola statale, costui era molto cattolico e non era un ipocrita, perché tutta la sua condotta esistenziale era seriamente improntata alle sue convinzioni etiche. In tal senso era senza dubbio un uomo ammirevole e rispettabile.
Era anche molto bravo e particolarmente preparato nelle discipline che insegnava, un fatto riconosciuto da tutti, persino da coloro, ed erano molti, il cui profitto in greco e latino risultava assai scarso; inoltre era buono, serio nel dare i voti, nel senso che non li regalava, e privo di faziosità. L’unica sua caratteristica che a volte costituiva motivo di risate da parte di certi studenti era appunto una forma, se così la vogliamo definire, di timidezza, cioè la sua incapacità a sfiorare argomenti che avessero qualche lontana attinenza con la sfera erotica.

Una volta, ad esempio, durante una lezione di letteratura latina, dovette suo malgrado affrontare un discorso riguardante certi spettacoli degli antichi Romani, spettacoli di serie B, ossia destinati a un pubblico dai gusti rozzi e un po’ volgari. Ebbene, in quella circostanza il nostro amato professore impiegò almeno dieci lunghi minuti in giri di parole ed eufemismi vari solo per dire che in certi spettacoli si usava fare spogliarelli. :| In un’altra occasione mentì a proposito dei rapporti di Catullo con una donna, spacciandola per sua moglie quando invece era la sua amante. :? Naturalmente noi eravamo a conoscenza della verità, anche perché sui testi trovavamo le biografie degli autori, ma evidentemente questo particolare sfuggiva al nostro pudico insegnante.
Fu così che, una volta, i ragazzi della IIC decisero di metterlo in imbarazzo con una domanda. Un alunno alzò la mano e, fingendo molta ingenuità e approfittando di un testo greco che stava leggendo, gli chiese: “Professore, mi scusi, cos’è un eunuco?”. :P Un silenzio mortale scese in classe, un silenzio di tomba. Il professore cominciò a tergiversare, arrossì, attese un po’, poi ritenne di trovare la salvezza pronunciando queste parole: “L’eunuco è un individuo mancante di qualcosa”. :D

Ricordi di Carnevale

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Ricordo che quando frequentavo le scuole elementari, in classe, a Carnevale, non brillavamo per originalità. Le maschere e i vari travestimenti erano sempre gli stessi: i maschi, poverini, costantemente vestiti da Zorro, con mantello nero e spadino (o spiedo, fate voi), mentre per noi femmine s’imponeva una sorta di scelta obbligata fra il costume da dama del Settecento, con parrucca e boccoloni bianchi, o l’abito tutto pizzi da spagnola, quest’ultimo specialmente quando si avevano i capelli scuri.
Un modo per eludere questa scelta obbligata consisteva nell’armarsi di tanto coraggio e indossare i panni della contadinella, ma, a onor del vero, tale travestimento non ebbe mai un gran successo, attirando ben poco le nostre fantasie di bambine desiderose di agghindarsi con pizzi e trine. :P
Per quanto mi riguarda, a sette anni indossai un bellissimo abito da spagnola, mentre a otto mi misi sul capo ricciuto una parruccona bianca, molto detestata in verità, ma utile accessorio per completare il mio bell’abito azzurro da dama.
Ci fu poi una volta un mio compagno di classe che, in un inaspettato impeto di originalità, ci risparmiò l’ennesimo mantello di Zorro e si vestì da soldato, con tanto di tuta mimetica e finto fucile. Ma nessuno osò mai indossare gli abiti del principe azzurro, con cappello di velluto e pennacchio bianco in testa. :o Evito, a tal proposito, una facile battuta che sta affiorando nella mia mente maliziosa, e chiudo.

La lettera

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In quest’epoca che segna il trionfo della tecnologia, di internet e delle comode e rapidissime e-mail, un’immagine di Holly Hobbie, come questa sopra, appare inevitabilmente superata: una graziosa bambina, placidamente seduta, legge una lettera, mentre un simpatico gatto osserva qualcosa che non vediamo. Un’immagine che evoca lentezza, gentilezza, dignità. Un’immagine fuori del tempo, eppure bella e delicata, tanto da suscitare pace, e da infondere un indescrivibile senso di calore.
Un tempo leggere una lettera, che impiegava giorni ad arrivare, e che spesso si attendeva con impazienza, era un piccolo avvenimento. E frequentemente le donne conservavano le lettere, un po’ come facevano con i diari, preziose e irrinunciabili testimonianze del trascorrere della vita.

Il diario

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Esistono ancora timide ragazzine pronte a svelare le proprie intime emozioni alle bianche pagine di un diario? Esistono ancora i diari con il lucchetto, eterno simbolo di segreti da custodire gelosamente?
Quale indescrivibile sensazione era quella di sfogliare avidamente le pagine di un diario ancora nuovo, appena acquistato o regalato da qualche persona cara, e immaginarlo colmo dei nostri pensieri e dei nostri ricordi più intensi! E che emozione rivedere, a distanza di tempo, i contorni un po’ sbiaditi della nostra calligrafia!
Talvolta, la commozione ci assale quando ritroviamo uno scritto di tanti anni prima, indelebile segno di un momento incancellabile, e inaspettato stimolo per ricordi sopiti, se non addirittura dimenticati nel vortice frenetico di un’esistenza troppo convulsa.
Certe pagine di diario hanno fermato un frammento del nostro tempo, l’esiguo tempo di una singola esistenza individuale. Certe pagine di diario sono state un delicato e timido tentativo di arrestare il divenire, quel divenire che, invece, ingoia ore e giorni a dispetto delle nostre più intime emozioni.

Ricordi d’autunno

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Il pomeriggio trascorreva fra pensieri e attese. Erano giorni di pioggia alternati a schiarite, erano giorni di vento, brividi freddi a salutare il mattino.
Il pomeriggio trascorreva fra pensieri e sogni, fra desideri e tormenti. La strada era vaga e incerta, e io non m’affrettavo: temevo la svolta, l’oscurità oltre la curva, il buio della notte cupa.
Erano giorni di pioggia alternati a schiarite, erano i nostri giorni d’un tempo lontano.
E poi la fine, a separare il cammino.

Eccessi d’autunno


Era una splendida domenica d’ottobre di molti anni fa, tiepida e soleggiata, e io avevo soltanto quattordici anni. Ricordo che uscii con un mio compagno di ginnasio, il simpatico ragazzino di cui ho già narrato alcune indimenticabili gesta, per andare al cinema.
Terminato il film, andammo a passeggiare lungo i viali intorno al centro, e il mio amico, ottimo mangiatore emiliano e quindi già abbastanza paffuto, acquistò addirittura sette etti di caldarroste e, passatemi il vocabolo, se le “pappò” in meno di dieci minuti. :?
Quasi superfluo aggiungere che il giorno dopo ebbe problemi di stomaco e dovette disertare le lezioni, cosa che senz’altro non lo rammaricò più di tanto. :D

Abiti ottocenteschi


Una gentile utente, dopo aver letto un mio post, ha lasciato l’indirizzo di un sito dedicato agli abiti ottocenteschi. Lo consiglio a tutte coloro che amano immergersi in atmosfere d’altri tempi.

Una lettura poco convincente

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In seconda liceo ebbi un professore d’italiano molto bravo e anche simpatico, ma con un carattere assai particolare. Sanguigno, preparatissimo, estremamente esigente, non perdonava alcun errore, come del resto è giusto che sia (alla faccia di chi sostiene che l’italiano sia una materia scolastica facile).
Un mio amico, non certo un Dante in erba, ebbe la sventura di contrariarlo durante una spiacevole interrogazione sulla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, quando dovette leggere una parte dell’opera e parafrasarla. Il punto che scatenò un vero terremoto fu questo: “…in guisa tal fera tenzone”.
Ora, in guisa tal è un’unica espressione, ma il mio amico ebbe l’incauta idea di leggere tal riferendolo da solo a tenzone, cioè separandolo da in guisa. In altri termini lesse così: “…in guisa, tal fera tenzone”, proprio come se tra in guisa e tal vi fosse una virgola. :? :?
Non l’avesse mai fatto! Sarebbe stato meglio per lui pestare la coda a un pitbull. Partì infatti un tremendo ruggito del professore, che fra l’altro aveva una voce terribilmente cavernosa. Restammo tutti sconvolti. :| Paonazzo in volto, vicino a una crisi di nervi, il professore tuonò: “MA SI LEGGE IN QUESTO MODO?????”.
La mia compagna di banco, terrorizzata e bianca come un cadavere, mi sussurrò: “Si vede che dobbiamo leggere ispirati“. :P Probabilmente anche il mio povero amico ebbe la sfortuna di pensare la stessa cosa, e quindi ritenne di dover leggere come un attore, con convinzione e passione.
Ricominciò quindi a leggere il passo, con voce profonda e più sicura, simulando un interesse che certamente non provava, e, quando giunse al mitico in guisa tal, ebbe addirittura il coraggio di separare in guisa da tal con maggior decisione. Infatti scandì bene in guisa, attese addirittura alcuni secondi, e poi, dopo la disgraziata pausa, declamò il tal con disinvoltura.
A questo punto il ruggito del professore si trasformò in un boato di proporzioni vulcaniche. Ancora più paonazzo e arrabbiato, urlò come una furia: “MA COSA VUOLE DIRE IN GUISA?! COSA SIGNIFICA??? IN GUISA NON SIGNIFICA NIENTE!!! BISOGNA DIRE IN GUISA TAL!!!”.
Io temetti che il professore morisse d’infarto o, nella migliore delle ipotesi, di ictus, e che il mio amico restasse così traumatizzato da abbandonare la scuola.
Certo è che, da quella volta, nessuno di noi sbaglierà mai, nel corso della vita e in caso di necessità, a leggere in guisa tal. :D

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"Una mente vivace e tranquilla può essere soddisfatta anche senza vedere nulla, e non vede nulla che non le piaccia". Jane Austen
"Di solito la gente crede di fare una cosa particolarmente originale sposandosi, senza pensare che un gran numero di persone si è sposato, a cominciare da Adamo ed Eva". (parole di Polly Ley, nel romanzo "La signora Craddock", di William Somerset Maugham)

 

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"La democrazia può essere molto ingiusta, alle volte, Sabrina. E nessun povero è mai stato detto democratico per aver sposato un ricco". Frase tratta dal film "Sabrina" di Billy Wilder (1954)