Sulle rose

bouquet rose

Ci  piacciono  sempre, in  ogni  modo: superbe  e  maestose  nei  giardini  di  maggio  accarezzati  dal  sole  mite  e  compiacente; oppure, raccolte  in  vasi  di  porcellana, sensuali  ed  enigmatiche  accanto  a  finestre  attraversate  dalla  luce  del  tramonto.

E  le  amiamo  anche  umide  di  pioggia,  straziate  dal  vento  improvviso  di  giornate  furiose  o  durante  l’agonia  di  petali  sfioriti  e  stanchi. Le  amiamo  nel  loro  splendore  e  nella  loro  decadenza, inebriati  da  quell’incanto  di  profumi, colori  e  forme  che  rimandano  all’Altrove. Troppo  belle  per  appartenere  a  questo  mondo,  le  rose  sanno  d’infinito, di  eterno  – e  insondabile  mistero.

Il pomeriggio

firenze

Il  pomeriggio  è  lungo, luminoso, calmo. Il  pomeriggio  è  un  groviglio  di  pensieri   mentre  la  primavera  pervade  gli  angoli  più  remoti  delle  strade. Si  deve  uscire, si  deve  andare  incontro  alla  primavera, si  deve  coltivare  l’illusione.

(Nell’immagine  il  dipinto  Dintorni  di  Firenze, di  Odoardo  Borrani)

Ma è primavera

pasqua2011

Piove  ininterrottamente  ed  è  perfetta  serenità. Piove  ininterrottamente  e  ogni  singola  goccia  è  gioia, canto  armonioso, sussurro  privo  di  amarezza. Talvolta  la  quiete  arriva  d’improvviso, in  un  giorno  qualsiasi, come  d’incanto  inaspettato. Arriva  furtiva, s’insinua  con  pacatezza, trasforma  il  cielo  triste  in  un  compagno  affettuoso  e  comprensivo.

Piove  ininterrottamente, ma  è  primavera.

Coccole

COCCOLE DI AUTUNNO

Possiamo  farcele  da  soli, le  coccole. Basta  volersi  bene, almeno  un  po’. Che  per  alcuni  sia  difficile  amare  se  stessi, è  un  dato  di  fatto. Però  ora  non  scomoderò  la  psicologia  e  la  filosofia  su  questo  tema; mi  limiterò  invece  a  scrivere  come  mi  sto  coccolando  io  in  queste  giornate  di  marzo, un  marzo  strano, freddissimo  e  cupo, arrabbiato  e  dispettoso.

Ho  intenzione  di  farcire  un  pan  di  spagna  con  la  crema  pasticcera. Qualcuno  potrà  sorridere: quante  persone  al  mondo  compiono  questa  semplice  operazione? Innumerevoli. Solo  che  per  me  si  tratterebbe  della  prima  volta. E  la  prima  volta  è  sempre  emozionante  oltre  che  rischiosa, visto  che, per  inesperienza, si  possono  commettere  errori, come  distruggere  il  povero  incolpevole  pan  di  spagna  mentre  si  tenta  di  tagliarlo. Qualcuno  potrebbe  ora  chiedermi  che  nesso  vi  sia  fra  le  coccole  e  tentare  di  farcire  un  banale  pan  di  spagna. Risposta: se  marzo  è  freddo, se  la  primavera  non  vuole  arrivare, se  io  sono  stanca  per  troppi  impegni  e  pensieri, be’, tento  di  addolcire  l’atmosfera  non  solo  preparando  una  torta, ma  facendo  qualcosa  che  non  ho  mai  fatto  prima. Sono  banale? Può  essere. Ma  nel  vortice  dell’esistenza  a  volte  le  banalità  si  dimenticano. E  poi  arriva  Pasqua  e  quindi  qualche  esperimento  in  cucina  ci  sta.

All’inizio  del  mese, ho  acquistato  un  bellissimo  gomitolo  di  mohair  e  seta. Un  gomitolo  è  stato  sufficiente  per  fare  una  deliziosa  sciarpa  adatta  alle  stagioni  intermedie. Una  sciarpa  delicata  e  soffice, una  leggerissima  nuvola  di  calore: una  coccola. Persino  limitarsi  a  prenderla  in  mano  è  poesia.

Poi  c’è  tanto  altro, ma  non  ho  il  tempo  per  scriverlo. Resta  il  fatto  che  non  mi  sono  arresa  e  non  mi  arrendo  ai  dispetti  di  marzo.

A tarda sera

sera

Tarda  sera. Termina  un’altra  giornata. Il  freddo  ancora  invernale, l’assenza  di  voci, la  stanchezza  e  il  desiderio  di  una  lunga  pausa: non  so  come  sarà  la  notte, quali  saranno  i  sogni  e  se   resterò  a  occhi  aperti; so  però  molte  altre  cose. Il  tempo, infatti,  è  stato  un  ottimo  maestro.

Tè o caffè?

Prendere  un  tè  o  un  caffè: pause  che  spezzano  la  routine  quotidiana, intermezzi  da  dedicare  finalmente  a  se  stessi. E  ciascuno  a  proprio  modo, in  base  a  gusti, desideri  e  abitudini  che  assumono  significati  particolari  a  seconda  dei  casi. Quando  aprii  questo  blog, nel  gennaio  del  2007, lo  immaginai  così, come  un  potenziale  momento  di  pausa  per  gli  eventuali  lettori, un  piccolo  svago  senza  pretese  cui  abbandonarsi  con  calma  lasciando  da  parte, anche  se  per  pochi  minuti,  i  consueti  ritmi  della  giornata. Ed  è  inevitabile  soffermarsi  a  parlarne  ora, perché  per  un  blog  sei  anni  di  vita  sono  tanti.

Non  avevo  e  non  ho  ambizioni  particolari  se  non  il   desiderio  di  scrivere,  e  probabilmente  è  questo  il  motivo  per  cui  ho  continuato  a  farlo  tanto  a  lungo  con  gioia: nessuna  ansia  da  prestazione, nessuna  fissazione  per  raggiungere  un  determinato  numero  di  lettori. M’interessavano  e  m’interessano  la  scrittura, le  parole, le  frasi  che  scorrono  una  dopo  l’altra  come  in  una danza, i  ritmi,  a  volte  la  pura  musicalità  dei  termini.

Sono  sempre  state  tre  le  fonti  d’ispirazione  di  tutti  i  miei  post:  esperienze  avute  nel  mondo  reale, libri  e  dipinti  da  me  molto  amati, frammenti  di  ricordi  che  affondano  nel  mio  passato  remoto. Inoltre, nel  corso  degli  anni  ho  pubblicato  a  volte  anche  post  molto  frivoli  e  mi  auguro  di  sentirmi  abbastanza  ispirata  da  scriverne  ancora, perché  detesto  l’idea  di  prendermi  troppo  sul  serio.  Infine, non  ho  mai  usato  questo  spazio  per   attuare  improbabili  forme  di  comunicazione  a  distanza  e  sotto  metafora  con  altri  internauti,  non  ho  mai  scritto  un  post  dedicandolo  implicitamente  a  qualcuno. E  mai  lo  farò.

Allora, date  le  caratteristiche  di  questo  blog, si  tratta  di  tè  o  caffè? A  seconda  dei  gusti, immagino. Per  qualche  lettore  potrebbe  forse  essere  simile  a  una  pausa- caffè, brevissima  e  a  volte  intensa;  per  altri, invece, potrebbe assomigliare  al  momento  del  tè, ossia  a  un  intermezzo  breve  ma  non  troppo, rilassante  e  talvolta  evocativo.  Per  me  è  l’uno  e  l’altro, a  seconda  dei  giorni, anche  se  propendo  per  il  tè.

Ora, a  coronamento  di  questa  filippica, una  canzone  spensierata  utile  ad  alleggerire  l’atmosfera: The  Coffee  Song,  diretta  da  Johnny  Mandel  e  interpretata  da  Frank  Sinatra. Una  canzone  per  svagarsi,  certo, ma  è  uno  svago  di  alto  livello  e  una  sferzata  d’energia  indescrivibile  a  parole. Signore  e  signori, il  caffè  è  servito. :D

Del pensare lento

Niente  è  più  certo  che  nessuno  può  uscire  mai  da  sé  per  identificarsi  immediatamente  con  le  cose  diverse  da  lui; tutto  ciò  di  cui   egli  ha  conoscenza  sicura, quindi  immediata, si  trova  dentro  la  sua  coscienza.

Così  scrive  Arthur  Schopenhauer (1788-1860)  nella  sua  opera  più  famosa, Il  mondo  come  volontà  e  rappresentazione. Le  parole  citate  sono  riferite  al  problema  della  rappresentazione, ossia  riguardano  la  teoria  della  conoscenza. Io, togliendole  dal  loro  contesto, me  ne  approprio  per  parlare  d’altro.

Uscire  da  se  stessi, cioè  da  quel  groviglio  inestricabile  formato  da  indole, predisposizioni  personali, influenze  familiari  e  ambientali, condizioni  economiche  e  culturali -  groviglio  che  fonda  la  nostra  personalità  tutt’intera – è  difficilissimo. Talmente  difficile  che  spesso  si  stenta  a  comprendere  l’altro  e  ci  si  lascia  andare  a  giudizi  affrettati  e  superficiali. Le  nostre  idee, le  nostre  convinzioni, spesso  maturate  soltanto  in  base  a  un  automatismo  chiamato  abitudine, ci  appaiono  come  le  uniche  giuste. I  nostri  valori, i  nostri  stili  di  vita, le  nostre  priorità  ci  sembrano  spesso  sacri  o  tali  da  non  poter  essere  messi  in  discussione. Perciò  valori, stili  di  vita  e  priorità  altrui  ci  appaiono  spesso  deplorevoli  o  censurabili  o  incomprensibili. E  così, a  volte,  diamo  giudizi  rapidi  e  sciocchi  sentendoci  dalla  parte  della  ragione.

A  salvarci  da  questa  tendenza, cui  nessuno  di  noi  è  immune, è  soltanto  la  capacità  di  riflettere  con  calma, capacità  quasi  sempre  frutto  dell’educazione  e  dello  studio, cioè  dell’allenamento  mentale. Più  si  è  abituati  a  pensare, a  osservare  ogni  questione  in  tutta  la  sua  complessità  o  da  molteplici  punti  di  vista, più  si  diventa  dubbiosi. Ma  non  si  tratta  del  dubbio  che, negativamente, paralizza; si  tratta  piuttosto  del  dubbio  che  non  ci  spinge  a  giudicare  in  maniera  superficiale  e  può  renderci  persino  caritatevoli  verso  gli  altri. Un  po’  più  buoni, insomma.

Però  riflettere, cioè  pensare  in  maniera  approfondita,  è  difficile. Bisogna  essere  disposti  e, nel  contempo,  allenati  a  farlo,  e   l’allenamento  costa  fatica, dolore, ansia, oltre  al  rischio  di  dover  mettere  in  discussione  il  proprio  sistema  di  credenze.

riflessione

Sebbene  sia  faticoso, vale  la  pena  fermarsi  a  pensare  lentamente   prima  di  giudicare  troppo  in  fretta. Soprattutto  prima  di  giudicare  in  fretta  le  esistenze  altrui. Nessuno  di  noi  può  uscire  così  tanto  fuori  da  se  stesso  da  potersi  identificare  con  i  pensieri, i  sogni, le  aspirazioni, i  traumi, i  dolori, le  esperienze  altrui. La  consapevolezza  di  questo  limite  può  diventare  uno  stimolo  per  evitare  di  cadere  in  eccessi  di  superficialità  e  per  cercare  di  migliorarsi. Senza  diventare  perfetti, è  ovvio, perché  la  perfezione  non  appartiene  a  questo  mondo.

(Nell’immagine  il  dipinto  Riflessione, di  Federico  Zandomeneghi)

Oggi

Ho  scritto  l’ultimo  post  una  settimana  fa: è  trascorso  davvero  troppo  tempo, almeno  per  me. Ciò  è  avvenuto  non  per  mancanza, ma  per  sovrabbondanza  di  idee  e  di  pensieri. Avrei  potuto  scrivere  quasi  un  post  al  giorno; eppure, l’eccesso  di  suggestioni, di  temi  e  di  riflessioni  che  avrei  voluto  affrontare  si  è  risolto  in  un  nulla  di  fatto. Capita  anche  questo  a  chi  scrive  molto.

Non  posso  abbellire  l’eccessivo  squallore  di  questa  giornata  tetra, umida  e  piovosa. Mi  mancano  le  parole: non  riesco  a  trovare  luce  dove  non  c’è, non  riesco  a  vedere  oltre, perché  oggi  il  mio  sguardo  è  qui, tutto  impigliato  nella  rete  della  logica, della  fredda  razionalità, della  realtà. Perciò  non  posso  regalare  sogni  o  illusioni. Oggi  posso  solo  mostrare  questi  colori, che  mi  raccontano  storie  e  favole  lontane:

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(Paesaggio, di  Antonio  Sbrana)

 

Di magica sospensione

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Oggi, tutt’intorno  si  avverte  un  silenzio  che  non  è  effetto  della  stanchezza. Non  è  il  silenzio  di  chi  è  esausto, ma  quello  di  chi  ha  raggiunto  un  punto  d’equilibrio  in  un  magico  stato  di  sospensione. Un  punto  d’equilibrio  fragile, certo, come  fragile  è  tutta  la  realtà  in  cui  si  trova  a  vivere  l’uomo; eppure  è  uno  stato  di  grazia, forse  modesto, forse  enigmatico, a  tratti  molto  appagante. Ogni  anno  capita  questo  dopo  le  feste  natalizie. Ogni  anno, fra  il  ventisette  e  il  trenta  dicembre, mi  sembra  di  attraversare  un  sentiero  ai  confini  del  tempo  e  della  realtà. Quasi  un’altra  dimensione. E  senza  sapere  perché.

Giungono  inaspettati  ricordi  di  anni  lontani, e  scompare  la  fitta  nebbia  che  ne  avvolgeva  alcuni. Tutto  è  nitido, ogni  cosa  è  al  suo  posto. Dolori, gioie, fantasie – il  mosaico  è  completo. Bisogna  approfittare  di  questo  non-tempo, di  questa  attesa  priva  di  ansie, di  questa  quiete  d’origine  sconosciuta, di  questa  serenità  forse  immotivata. Bisogna  approfittarsene, vivere  questo  non-tempo  completamente,  interrogarlo, carpirne  qualche  segreto.

La  sera  non  è  troppo  lenta. E  nessuno  può  infrangere  questa  profonda   intima  soddisfazione, frutto  maturo  di  consapevolezza.

Attesa d’inverno

 

albero-natale-decorato

Pioggia  mista  a  neve  e  freddo  gelido: così  è  iniziata  questa  mattina,  con  tanti  brividi  e  un  po’  di  stanchezza  dopo  giorni  di  corse  a  non  finire. Attendo  con  impazienza  il  momento  della  quiete  e  dei  pensieri  lenti.

Ieri  nel  tardo  pomeriggio, sfidando  il  gelo  inclemente, sono  uscita  per  fare  alcuni  acquisti. Gli  ennesimi. Non  vedo  l’ora  che  termini  l’orgia  delle  spese, dei  pacchi  e  dei  pacchettini; non  vedo  l’ora  di  poter  guardare  fuori  da  una  finestra con  calma, senza  ansie, per  afferrare  completamente  l’atmosfera  invernale. Per  lasciare  fuori  il  freddo, le  persone  moleste, i  fastidi  della  vita  quotidiana; e  per  raccontare  favole  nel  confortante  calore  di  una  stanza  chiusa.