Archivio per la categoria 'cinema'

Scrivimi fermo posta


Il titolo originale di questo film è The shop around the corner, ma in italiano è conosciuto come Scrivimi fermo posta. Si tratta di un’elegante commedia diretta dal regista Ernst Lubitsch nel 1940, un autentico piccolo gioiello della cinematografia, che si distingue per grazia e raffinatezza, per un sottilissimo humour e una lievissima satira sociale.
La vicenda si svolge a Budapest. Alfred Kralik, un commesso interpretato da un giovane e bravissimo James Stewart, corrisponde con una ragazza che non conosce e che l’ha colpito a causa delle sue belle lettere. Un giorno giunge al negozio Klara Novak, una nuova commessa, con la quale Kralik ha, fin dall’inizio, un rapporto molto conflittuale; a ciò malauguratamente s’aggiunge uno spiacevole equivoco fra Kralik e il padrone del negozio, il signor Matuschek, che vive una situazione familiare difficile avendo scoperto che sua moglie lo tradisce, e di ciò accusa proprio l’incolpevole Kralik. Eppure, complice l’irresistibile atmosfera natalizia, tutti i problemi sono destinati a risolversi nel migliore dei modi, a partire dai rapporti di Kralik con Klara, che celano un’inaspettata sorpresa.
Continuamente in bilico fra romanticismo e ironia, e a tratti persino commovente, Scrivimi fermo posta è il classico esempio di un cinema che non esiste più, ma la cui insuperabile grazia e armonia, giocata sugli arguti dialoghi e sull’analisi del carattere dei protagonisti, è destinata a restare per sempre nella storia. Attualmente potete trovare il DVD in tutte le edicole, a poco più di 9 €.
Qui sotto, una scena del film.

Carioca


Soprattutto durante l’estate, sulle televisioni locali capita che vengano trasmessi film molto vecchi, di cui tanti, al giorno d’oggi, ignorano persino l’esistenza. Sono film di vario genere: a volte inesorabilmente “datati” e a volte ancora attuali, a volte autentici capolavori sconosciuti ai più, altre volte pellicole di serie B utili comunque per ripercorrere la storia del cinema.
In una sera d’estate di alcuni anni fa, vidi il film Carioca (1933), una commedia musicale dalla trama esilissima, eppure, a suo modo, un’opera “storica”: Carioca, infatti, segnò il debutto sul grande schermo della coppia Ginger Rogers-Fred Astaire. Dal 1933 al 1949, i due interpretarono insieme dieci film musicali.
In questo video, che dura solo due minuti e mezzo, Astaire e la Rogers ballano la danza da cui è tratto il titolo del film: la carioca.

Stelle della danza

Da appassionata di danza quale sono, non posso fare a meno di ricordare la grande Cyd Charisse, scomparsa il 17 giugno all’età di 87 anni. Talento, grazia, misura, notevole senso del ritmo: queste le caratteristiche fondamentali che la Charisse ha messo in evidenza nel corso della sua carriera. Vale quindi la pena guardare questo breve video in cui balla con un danzatore straordinario, che può essere a buon diritto considerato un mito: Fred Astaire. Per ricordarli entrambi, in quanto meritano di essere ricordati.

Il video è tratto dal film The Band Wagon (1953), in italiano Spettacolo di varietà.

Torta di Vianne


Si può portare scompiglio in una fin troppo quieta e conformista comunità soltanto aprendo una cioccolateria? Sì, è possibile. Chi ha visto il delizioso film Chocolat sa a cosa mi riferisco.
Vianne Rocher giunge a Lansquenet insieme a sua figlia, apre una cioccolateria nel periodo della quaresima, e suscita i sospetti e la riprovazione del diffidente e bigotto conte di Reynaud, sindaco e soffocante guida morale della piccola cittadina. Grazie alla comunicativa, alla simpatia e all’ottimismo, Vianne riesce a influenzare positivamente la vita di molte persone, tanto che alla fine persino il ferreo conte di Reynaud cede e diventa “umano”.
Nel film la cioccolateria di Vianne è bellissima e colma di splendidi dolci al cioccolato. Perché non prendere spunto da questa storia per soddisfare qualche piccolo peccato di gola? ;) Ecco la ricetta della torta al cioccolato di Vianne.

Ingredienti
Per 6 persone

125 g burro, a temperatura ambiente
150 g zucchero
2 uova
200 g cioccolato fondente
1 cucchiaio Cointreau
1 cucchiaio di buccia di arancia finemente grattugiata
220 g farina
2 cucchiai cacao amaro
1 busta lievito in polvere
250 ml latte
La ricopertura
250 g cioccolato fondente
375 ml panna

Procedimento
Riscaldate il forno a 180 gradi.
Montate con l’aiuto del frullino elettrico lo zucchero con il burro fino a quando è diventato bello cremoso. Aggiungete poi le uova, una alla volta, il cioccolato fuso e intiepidito, il Cointreau e la buccia di arancia grattugiata.
Settacciate la farina col cacao ed il lievito e poco alla volta, in alternanza col latte, incorporatelo all’impasto di cioccolato. Versate il tutto in una tortiera imburrata dal diametro di circa 25 cm ed infornate per 40 minuti. Sarà pronta quando infilando al suo centro uno stecchino, ne uscirà pulito. Sformatela e rovesciatela su di una gratella in modo che si raffreddi bene.
Nel frattempo preparate la ganache (ricopertura) mettendo la cioccolata in un recipiente metallico e versandoci sopra la panna che avete portato a leggera ebollizione. Lasciate che il calore sciolga la cioccolata per circa 3 minuti e poi mescolate bene fino ad ottenere una crema morbida. Fate raffreddare il tutto in frigorifero per circa 20 minuti in modo che solidifichi un po’ ma non troppo. Passato questo tempo, toglietela dal frigorifero e, aiutandovi col frullino elettrico, mescolate bene fino a quando otterrete una crema che verserete al centro della torta e che spalmerete tutto intorno, con l’aiuto di una spatola di metallo, in modo da ricoprirla tutta.

E mi raccomando: mangiate a sazietà! :)

(la ricetta è tratta dal sito: http://www.mangiarebene.com)

Una donna fatale

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Un trionfo di femminilità. La pettinatura di Veronica Lake si chiamava peek-a-boo bang a causa del fatto che copriva un occhio e parte del volto.
Un’acconciatura da vera vamp, da autentica donna fatale, irraggiungibile e sofisticata. Fa piacere, almeno a me, osservare talvolta il look delle attrici e degli attori degli anni ‘40 del XX secolo: classe, raffinatezza, estrema femminilità delle donne, sobrietà ed eleganza degli uomini, sono tutte caratteristiche che apprezzo molto.
Non possiamo certo tornare indietro e imitare questi modelli, e non mi soffermo sugli ovvi motivi di tale impossibilità; ma qualche volta, vedendo il look-straccione che ormai sembra attirare tutti, osservando un’eccessiva omologazione fra uomini e donne, la volgarità ostentata di certe sfilate di moda, di un certo modo di abbigliarsi e di truccarsi, mi consolo tornando un po’ indietro nel tempo e recuperando vecchie immagini. Poi, si sa, è sempre una questione di gusti personali. :)
Una curiosità: la povera Veronica Lake fu costretta, a un certo punto della carriera, a cambiare pettinatura a causa delle sollecitazioni del governo. Sembra, infatti, che non poche operaie fossero rimaste incastrate con i capelli negli ingranaggi delle macchine sulle quali lavoravano proprio per aver imitato la pettinatura fatale, ed evidentemente pericolosa, della Lake.

Mezzogiorno di fuoco

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Un film che merita di essere visto è senz’altro High noon, in italiano Mezzogiorno di fuoco, girato nel 1952 per la regia di Fred Zinnemann. A buon ragione è considerato uno dei più bei film western che siano mai stati fatti.
Non scrivo la trama perché sicuramente molto conosciuta. Piuttosto preferisco segnalare l’ottima interpretazione di Gary Cooper, assolutamente perfetto nella parte del coraggioso sceriffo Kane, abbandonato da tutta la città e costretto ad affrontare da solo un grave pericolo.
In origine, per quella parte furono contattati altri attori, fra cui una star come Gregory Peck, un altro dei belli dell’epoca d’oro hollywoodiana, che però non ne volle sapere. Così subentrò Gary Cooper. Non più giovanissimo, con qualche problema di salute e con la carriera in fase di declino, grazie a questo bellissimo film riuscì ad imporsi nuovamente sulle scene, tanto che negli anni ‘50 ebbe modo di girare altri film western di buon livello.
Lo sceriffo Kane da lui interpretato in High noon è sì un uomo coraggioso, ma anche profondamente umano, un’umanità che Gary Cooper riesce ad infondere al suo personaggio con inaspettata maestria. Il suo sguardo leggermente timido, infatti, caratteristica in lui assolutamente naturale, è adatto a rappresentare i timori che progressivamente s’impadriscono del suo personaggio. Magnifica la scena in cui Kane attraversa la via principale del paese, completamente deserta, guardandosi intorno timoroso e camminando con il passo leggermente incerto, mentre la macchina da presa si allontana mostrandolo dall’alto.
La scelta del bianco e nero è indovinata, così come è geniale la capacità del regista di scandire la tensione dell’attesa attraverso le molte inquadrature all’orologio presente nella stanza dello sceriffo. Lo si potrebbe quasi definire un western con il ritmo del giallo.
La stazione, infine, nella sua scarna semplicità, solitaria davanti ad un paesaggio assolato e cupo nello stesso tempo, prefigura in maniera perfetta l’incombere del dramma.
Per gli appassionati di bel cinema un film da vedere. E per le donne un modo utile a ricordare uno degli uomini più belli che siano mai apparsi sugli schermi cinematografici, anche se in questo film appare invecchiato e inevitabilmente meno “perfetto”, persino fragile, e privo del magnifico fulgore della sua giovinezza. Ma è proprio tale fragilità ad averlo reso un ottimo sceriffo Kane.
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Scene…inquietanti

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In alcuni film dell’orrore, specialmente in quelli mediocri, c’è una scena che si ripete costantemente: il protagonista che vaga terrorizzato in una casa buia.
In primo luogo, la musica in sottofondo è sempre inquietante e insistente, e accompagna tutto il tour del soggetto o individuo o pirla (tanto è la stessa cosa) che, chissà per quali reconditi motivi, entra nella casa buia e minacciosa. Ma perché la casa è buia? Talvolta la luce non funziona a causa di qualche guasto, ma altre volte è il pirla di turno che non l’accende. Gli interruttori sono lì, a portata di mano, ma lui non se ne serve. :|
Potrebbe forse la casa buia essere piccola? Potrebbe forse trattarsi di un monolocale o bilocale? No! Che gusto ci sarebbe? In genere la casa buia in cui il pirla della situazione entra è grande, grandissima, piena di lunghi corridoi e di porte chiuse.
Varcata poi la soglia della dimora, il pirla ha lo sguardo giustamente terrorizzato: e chi non l’avrebbe con quella musica in sottofondo? Pur essendo terrorizzato, però, il pirla non demorde, prosegue lungo il corridoio e, nonostante rumori e scricchiolii, nonostante le numerose porte che potrebbero aprirsi improvvisamente e rivelare la presenza dell’assassino ivi appostato, avanza nel buio guardandosi intorno con aria furtiva, avanza pur sapendo che probabilmente in quella magione si nasconde qualcuno intenzionato ad accopparlo. :?
Ora, bisogna ammettere che, in simili circostanze, una persona mediamente razionale tende a darsela a gambe preferibilmente con moto accelerato. Ma nel film no, nel film il pirla sa che verrà accoppato proprio in quella casa, ma entra e corre fra le braccia del malintenzionato.
Naturalmente non si accontenta di fare una breve visita e di scappar via; no, il pirla si mette a girare in lungo e in largo tutta la casa, meticolosamente, esplorando addirittura le cantine e i solai, proprio per dare l’opportunità all’assassino di non mancare il bersaglio.
Ma perché il pirla della situazione non si accoppa direttamente da solo, nel corridoio della casa buia, e così ci risparmia l’inutile attesa e il solito copione? :D

Ombre rosse

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Siamo nel 1939. John Wayne entra in scena così, e diventa a buon diritto un mito del cinema western, il simbolo del western stesso. Il film è un capolavoro, Ombre rosse del grande John Ford.
Per gli amanti del genere quest’opera è assolutamente imperdibile perchè si presta a numerosissime letture, come del resto avviene per ogni classico. Una diligenza parte da un villaggio dell’Arizona per raggiungere Lordsburg, nel New Mexico. I suoi passeggeri sono eterogenei: un medico ubriacone, una prostituta cacciata dalla Lega per la moralità, un banchiere che fugge dopo aver rubato il denaro dei clienti, la moglie incinta di un militare, un gentiluomo del Sud ormai decaduto che vive facendo il giocatore, e che decide di partire per puro spirito d’avventura, e un timido rappresentante di liquori.
Appena si mettono in viaggio vengono a sapere che gli indiani di Geronimo sono sul piede di guerra, ma decidono di partire ugualmente e di affrontare il pericolo, a causa del quale sono costretti a solidarizzare. Ringo, impersonato da John Wayne, entra in scena successivamente, dopo che la diligenza e la cavalleria che l’accompagna si separano.
Poesia, avventura, dramma e indagine psicologica si fondono indissolubilmente, dando luogo ad un’atmosfera difficilmente ripetibile. La diligenza diretta a Lordsburg, con il suo carico di varia umanità, può essere forse considerata come la più famosa di tutta la storia del cinema. Qualche volta, quando guardo Ombre rosse, vorrei trovarmi anch’io su quella diligenza, vorrei sedermi vicino al medico ubriacone, un Thomas Mitchell strepitoso, vorrei attraversare la Monumental Valley, sfidare l’ignoto e il pericolo; e improvvisamente vedere stagliarsi all’orizzonte, come nella foto qui sopra, John Wayne, con la sua aria rude ma simpatica, con i suoi modi semplici, sbrigativi e profondamente umani. Il volto indimenticabile del western.

Rebecca, inesorabile ossessione

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Il film Rebecca risale al 1940. La regia è di Alfred Hitchcock e il cast annovera ottimi attori e caratteristi: Laurence Olivier, Joan Fontaine, George Sanders, Judith Anderson, Nigel Bruce, Sir C. Aubry Smith.
Il film è tratto dall’omonimo e celebre romanzo di Daphne Du Maurier, che nella sua carriera ha scritto anche altri libri di notevole successo, come, ad esempio, Mia cugina Rachele.

Nel romanzo della Du Maurier, è la stessa protagonista a raccontare la sua incredibile vicenda, ed è una protagonista della quale non sarà mai rivelato il nome: sarà chiamata soltanto, dopo sposata, signora De Winter.
Dama di compagnia di una donna ricca e molto volgare, incontra in un albergo di Montecarlo l’affascinante vedovo Maxim De Winter, di vent’anni circa più anziano di lei. Timida, riservata, spesso impacciata e palesemente ingenua, la ragazza frequenta per breve tempo De Winter e poi accetta di sposarlo.
Maxim è un ricchissimo proprietario che vive in una splendida dimora, nota in tutta l’Inghilterra: Manderley. La giovanissima sposa fa quindi il suo ingresso in un ambiente nuovo e molto sofisticato, e fin dall’inizio incontra parecchie difficoltà a causa della sua eccessiva timidezza.
La governante del castello, Miss Danvers, è una figura a dir poco inquietante. Accoglie la nuova signora De Winter in maniera gelida e particolarmente ostile, e cerca in ogni modo di metterla in difficoltà accorgendosi della sua remissività.
La protagonista scopre, grazie alla sua simpatica e schietta cognata, che Miss Danvers adorava la defunta Rebecca, prima moglie di Maxim. E così, a poco a poco, tormentata dalla curiosità, ossessionata dal pensiero di Rebecca e da ciò che sente dire sul suo conto, la giovane sposa inizia ad indulgere in pensieri cupi. Immagina che il marito sia ancora innamorato della sua prima moglie, e che tutti facciano un confronto tra lei, che si considera scialba ed incolore, e Rebecca, così bella, intelligente e piena di spirito.
Attraverso una serie di eventi, la ragazza giunge però a scoprire una verità stupefacente. Ufficialmente Rebecca era morta annegata sul suo panfilo, in una notte tempestosa: l’imbarcazione si era ribaltata e il corpo di Rebecca era stato ritrovato mesi dopo lontano dal luogo dell’incidente. Quello stesso corpo era stato identificato da Maxim e sepolto nella cripta di familia.
Ma il panfilo della donna, che in precedenza non era stato recuperato, viene ritrovato, dopo più di un anno, proprio all’indomani di una festa in maschera, data a Manderley in onore della nuova moglie. Dentro al panfilo, chiuso in una cabina, viene scoperto il cadavere di Rebecca.
Maxim non può più tacere e quindi confessa la verità alla protagonista. Un anno prima egli aveva identificato il corpo di una sconosciuta, ben sapendo che non era quello di Rebecca. E ciò perché Rebecca non era morta annegata, ma era stato lui ad ucciderla. Maxim ammette anche di non avere alcun rimorso per ciò che fece.
Emerge così il vero ed inaspettato ritratto di Rebecca, un ritratto che lascia stupefatta la giovane sposa: Rebecca era stata una donna viziosa, fredda e talmente incline a sedurre gli uomini da sfiorare la ninfomania.
Maxim dichiara di aver scoperto questa triste verità cinque giorni dopo il matrimonio, quando la stessa Rebecca non ebbe remore a raccontargli sgradevoli particolari sul proprio conto. Terrorizzato dallo scandalo che un divorzio avrebbe potuto causare e dal disonore che ne sarebbe derivato, pur di non far sapere all’opinione pubblica che genere di donna aveva sposato, Maxim accettò di stringere un patto con Rebecca: avrebbero finto di essere una coppia regolare, ma Rebecca sarebbe stata libera di vivere come desiderava.
Però, come racconta lo stesso Maxim alla sua nuova moglie, a un certo punto Rebecca cominciò ad essere imprudente. Se nei primi anni di matrimonio era stata solita incontrare i suoi numerosi amanti a Londra, in seguito iniziò a portarli anche a Manderley. Spesso trascorreva la notte in una casetta vicino alla spiaggia, nella tenuta del marito, con gli amici di turno. Ultimamente, poi, aveva intrecciato una relazione con suo cugino di primo grado, un certo Favell, un uomo viscido e di pochi scrupoli.
Maxim racconta così che, stanco di quella vita piena di bugie e di vizi, una notte andò nella casetta sulla spiaggia e, provocato da Rebecca che gli raccontò di essere incinta, le sparò. Per occultare il delitto, trasportò il cadavere sul panfilo, lo condusse al largo, e praticò dei fori nell’imbarcazione per farla colare a picco. Questo il racconto di De Winter alla nuova moglie.
Ma la vicenda prosegue. Scoperto il panfilo con il cadavere, le autorità devono dare corso ad un’indagine, nella quale emerge la verità, ossia che sul panfilo erano stati praticati dei buchi per farlo affondare. Ecco che allora Maxim si trova in difficoltà davanti al magistrato, anche se inspiegabilmente l’inchiesta viene chiusa con il verdetto di suicidio. Secondo le autorità Rebecca, per qualche ragione non ben precisata, si sarebbe uccisa.
Favell, cugino e amante della defunta, non accetta l’idea che l’inchiesta si sia conclusa in questo modo, anche perché sospetta di Maxim, e così va a Manderley per ricattarlo: mostra un biglietto scrittogli da Rebecca il giorno della sua morte, e in cui lo invitava a raggiungerlo nella casetta quella notte stessa. Un biglietto, dunque, che non faceva certo pensare ad un imminente suicidio della donna.
Maxim, che non accetta il ricatto, chiama il colonnello Julyan, giudice conciliatore della contea, per farlo intervenire. In seguito ad un’accesa discussione, per mezzo della Danvers si scopre che Rebecca, il giorno stesso della morte, era stata da un medico. Maxim, sua moglie, Julyan e Favell vanno a trovare quel medico e vengono così a conoscenza di una terribile verità: Rebecca era gravemente malata di cancro e consapevole di dover morire nell’arco di poco tempo.
Ecco che allora il verdetto di suicidio dell’inchiesta trova così un’inaspettata conferma, e la vicenda sembra chiudersi nel miglior modo possibile. Ma la signora Danvers, dopo aver saputo le ultime novità, abbandona inaspettatamente Manderley, e quest’ultima viene distrutta in un incendio.
I due sposi vanno a vivere in una sorta di opaco esilio in qualche località del sud dell’Europa, un particolare, questo, che in realtà scopriamo proprio al principio del romanzo, quando la protagonista inizia a raccontare la storia.
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Il film di Hitchcock è in buona parte fedele al libro, eccetto alcuni particolari rilevanti. Se nel romanzo Maxim è un assassino lucido e consapevole, deciso ad uccidere sua moglie, tanto da portare con sé una pistola mentre si reca nella casetta sul mare, nel film si racconta invece che la morte di Rebecca è stata accidentale: Maxim, al colmo della rabbia dopo aver appreso della gravidanza, l’ha colpita e lei è caduta in terra sbattendo violentemente la testa contro degli oggetti pesanti e acuminati. A quel punto Maxim, consapevole che nessuno potrebbe credere alla morte accidentale, ha fatto il resto trasportando il corpo sul panfilo.
Inoltre nel romanzo la Danvers, dopo aver bruciato Manderley, se ne va lontano, mentre nel film muore nel rogo da lei stessa provocato, e non c’è alcun accenno all’esilio dei due sposi lontano dall’Inghilterra.

Il film è ben fatto. Joan Fontaine recita a perfezione il personaggio della ragazza fragile e complessata, vittima predestinata della sciagurata governante, che cerca in tutti i modi di umiliarla attraverso un impietoso confronto con la sua defunta rivale.
Lo stesso Hitchcock raccontò che, per rendere al meglio l’inquietante figura della Danvers, quasi fosse una sorta di fantasma, decise di farla camminare pochissimo. Nella maggior parte delle scene in cui essa è presente, infatti, non la vediamo entrare fisicamente nelle stanze, ma la troviamo ferma, rigida e compunta nel suo lungo abito nero, quasi come se si fosse materializzata d’improvviso.
Perfetta l’atmosfera gotica che si respira a Manderley.

Per quanto riguarda il romanzo, ma anche il film, occorre sottolineare come tutte le paure della giovane moglie svaniscano per incanto quando Maxim, mentre le confida di essere un assassino, dichiara di non aver mai amato Rebecca e di non essere mai stato felice con lei.
In altre parole, la protagonista non resta impressionata dopo aver scoperto di aver sposato un omicida, perché l’unica cosa che per lei conta è sapere che Maxim ha detestato Rebecca. Inoltre è proprio in questa scena che Maxim, per la prima volta, dichiara apertamente il suo amore alla giovane moglie.
Felice nell’apprendere di essere l’unico, vero amore di Maxim, questa ragazza così insicura si trasforma improvvisamente in una donna più consapevole di sé, tanto da affrontare la Danvers con decisione, e da saper assistere il marito nelle difficoltà dell’inchiesta e di ciò che ad essa segue.

Uno splendido abito

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Questo bellissimo abito è uno dei tanti creati da Gabriella Pescucci per il film L’età dell’innocenza, del 1991. Quando si pensa ai jeans strappati e a vita bassissima che le donne indossano adesso, sembra che da allora siano passati 1000 anni, mentre la storia del film si svolge negli anni ‘70 dell’Ottocento.

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OLTRE IL CANCELLO

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"Una mente vivace e tranquilla può essere soddisfatta anche senza vedere nulla, e non vede nulla che non le piaccia". Jane Austen
"Di solito la gente crede di fare una cosa particolarmente originale sposandosi, senza pensare che un gran numero di persone si è sposato, a cominciare da Adamo ed Eva". (parole di Polly Ley, nel romanzo "La signora Craddock", di William Somerset Maugham)

 

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