
Attesa. Quanti pensieri agitano la mente? Infiniti, incerti, mutevoli, paralizzanti. Ecco il rischio: l’immobilità, l’incapacità di agire, l’impossibilità di decidere.
Si vive attendendo la sentenza, l’esito definitivo, e, presi dal terrore di scoprire la verità, temendo che essa sia un’altra delusione, un’altra amarezza sconfinata ad aumentare il fardello dei tanti dolori, ci si ferma, si sospende l’azione, si rimanda ciò che dovrebbe essere fatto.
Si prolunga l’attesa, si prolunga l’ansia, il tempo trascorre velocemente, e si trascura la vita. Si vive da spettatori e non da protagonisti. Ma è difficile affrontare l’ennesimo dolore, è opprimente l’idea di una nuova delusione.
Allora ci si vorrebbe sedere, circondati da foglie morte, e non rialzarsi più.




Un quadro perfetto di come la vita può essere amara ed ingiusta.
Amarezza allo stato puro! Non tutti, però, agiscono nel modo da te descritto. Alcuni nei momenti di sconforto e dolore con un colpo di reni si rialzano e piombano sul problema non curanti delle ferite. Spesso (ma non sempre) riescono nell’intento. Io non sono parte di questi alcuni!
Infatti ho parlato di un caso specifico che riguarda me.