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Alcuni quesiti importanti, cruciali per il destino dell’umanità. ![]()
Meglio sciropparsi il Tg4 di Emilio Fede o Studio Aperto, del clone di Emilio Fede? Meglio che la propria casa bruci o che crolli in seguito a un sisma? Meglio fratturarsi una gamba o entrambe le braccia?
Meglio restare in mezzo a una piazza deserta, con il sole a picco sulla testa già in ebollizione, in un afosissimo pomeriggio di luglio, senza alcuna possibilità di ristoro, oppure restare sempre soli, in mezzo alla medesima piazza, questa volta senza il sole a picco sulla testa in ebollizione, ma con Pippo Baudo vicino che spiega la nascita della televisione, ovviamente da lui creata in sei giorni (e il settimo si riposò conducendo Domenica in)?
Ogni tanto un po’ di sane sciocchezze, nel mare dei miei discorsi seri, sono giustificabili.
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Domande (II)
Pubblicato 22 Settembre, 2007 discorsi frivoli 2 CommentiTags: divertimento, sciocchezze

Una gentile utente, dopo aver letto un mio post, ha lasciato l’indirizzo di un sito dedicato agli abiti ottocenteschi. Lo consiglio a tutte coloro che amano immergersi in atmosfere d’altri tempi.
Una lettura poco convincente
Pubblicato 19 Settembre, 2007 ricordi 0 CommentiTags: in guisa tal, professore, Torquato Tasso

In seconda liceo ebbi un professore d’italiano molto bravo e anche simpatico, ma con un carattere assai particolare. Sanguigno, preparatissimo, estremamente esigente, non perdonava alcun errore, come del resto è giusto che sia (alla faccia di chi sostiene che l’italiano sia una materia scolastica facile).
Un mio amico, non certo un Dante in erba, ebbe la sventura di contrariarlo durante una spiacevole interrogazione sulla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, quando dovette leggere una parte dell’opera e parafrasarla. Il punto che scatenò un vero terremoto fu questo: “…in guisa tal fera tenzone”.
Ora, in guisa tal è un’unica espressione, ma il mio amico ebbe l’incauta idea di leggere tal riferendolo da solo a tenzone, cioè separandolo da in guisa. In altri termini lesse così: “…in guisa, tal fera tenzone”, proprio come se tra in guisa e tal vi fosse una virgola.
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Non l’avesse mai fatto! Sarebbe stato meglio per lui pestare la coda a un pitbull. Partì infatti un tremendo ruggito del professore, che fra l’altro aveva una voce terribilmente cavernosa. Restammo tutti sconvolti.
Paonazzo in volto, vicino a una crisi di nervi, il professore tuonò: “MA SI LEGGE IN QUESTO MODO?????”.
La mia compagna di banco, terrorizzata e bianca come un cadavere, mi sussurrò: “Si vede che dobbiamo leggere ispirati“.
Probabilmente anche il mio povero amico ebbe la sfortuna di pensare la stessa cosa, e quindi ritenne di dover leggere come un attore, con convinzione e passione.
Ricominciò quindi a leggere il passo, con voce profonda e più sicura, simulando un interesse che certamente non provava, e, quando giunse al mitico in guisa tal, ebbe addirittura il coraggio di separare in guisa da tal con maggior decisione. Infatti scandì bene in guisa, attese addirittura alcuni secondi, e poi, dopo la disgraziata pausa, declamò il tal con disinvoltura.
A questo punto il ruggito del professore si trasformò in un boato di proporzioni vulcaniche. Ancora più paonazzo e arrabbiato, urlò come una furia: “MA COSA VUOLE DIRE IN GUISA?! COSA SIGNIFICA??? IN GUISA NON SIGNIFICA NIENTE!!! BISOGNA DIRE IN GUISA TAL!!!”.
Io temetti che il professore morisse d’infarto o, nella migliore delle ipotesi, di ictus, e che il mio amico restasse così traumatizzato da abbandonare la scuola.
Certo è che, da quella volta, nessuno di noi sbaglierà mai, nel corso della vita e in caso di necessità, a leggere in guisa tal.
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Mi sento in dovere di ringraziare i numerosi visitatori di questo blog. Non so come sia potuto accadere, ma da circa due mesi a questa parte Oltre il cancello riceve quotidianamente un numero di visite che non mi sarei mai aspettata. La media giornaliera di contatti si attesta su un numero di utenti ben superiore a cento, con picchi che oltrepassano abbondantemente le duecento visite quotidiane.
Pertanto grazie a tutti gli sconosciuti, italiani e stranieri, che capitano su questo blog.

Un contadino perse la sua mucca. Disperato, visto che era l’unica sua indispensabile proprietà, cominciò a cercarla ovunque, dapprima intorno al suo villaggio, e in seguito passando da un paese all’altro, senza fermarsi mai. Purtroppo, però, tutte queste ricerche risultarono vane.
Una sera, dopo tanti mesi d’inutile girovagare e ormai al colmo della disperazione, il poveretto giunse stanco morto in un albergo. Non avendo il denaro per pagarsi la stanza, entrò di soppiatto in una camera e si nascose sotto al letto.
Improvvisamente entrarono due sposi in viaggio di nozze. Dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, la donna disse al marito con voce languida: “Caro, nei tuoi occhi vedo tutto il mondo!”. Fu così che il contadino uscì d’improvviso dal suo nascondiglio e gridò speranzoso: “Vedi anche la mia mucca?”.
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Quando frequentavo le scuole elementari e medie, uno dei miei compagni di classe era davvero terribile. Non era vivace e neppure scalmanato: era molto, molto peggio, un’autentica sciagura vivente.
D’ora in poi lo chiamerò U.
Rissoso, iperattivo, insofferente alla più blanda forma di disciplina, tendeva a picchiare senza motivo anche le femmine e, pur essendo magrissimo, i suoi pugni erano assai dolorosi. Posso scriverlo tranquillamente perché li sperimentai anch’io. Nel contempo, U. a volte era anche simpatico, il classico individuo che fa ridere perché eternamente in lotta con gli insegnanti, e sfacciato che più sfacciato non si può.
Ricordare tutte le sue imprese sarebbe uno sforzo immane, perché non trascorreva giorno senza che ne combinasse una delle sue. Che non si applicasse a studiare è ovvio, anche perché faceva i compiti dalle 13 e 15 alle 13 e 30 del pomeriggio, e poi correva fuori di casa a giocare fino a sera.
Ma il periodo peggiore fu verso i dodici anni, quando iniziò a essere turbato da una tempesta ormonale di vaste proporzioni, tanto da avere un unico argomento di conversazione, sui contenuti del quale sorvolo volentieri. A volte mi faceva arrabbiare così tanto che lo riempivo d’insulti, ricevendo in cambio un po’ di botte alle quali rispondevo sempre, anche se con minor efficacia.
Evito di soffermarmi sui suoi numerosi “assalti”, sempre risalenti al turbinoso periodo della tempesta ormonale, assalti dai quali dovetti difendermi con tutte le mie esigue forze. E non fu semplice.
Naturalmente, per poterlo controllare meglio ed evitare che si distraesse troppo, a scuola lo obbligavano a tenere il banco attaccato alla cattedra. Nonostante fosse convocato dal preside e punito per le sue intemperanze almeno una volta alla settimana, la sua proverbiale faccia di bronzo restava tale e quale. Nessuna vergogna, nessun pentimento. ![]()
Ingaggiava poi autentiche lotte verbali con l’insegnante di educazione tecnica, un individuo un po’ originale, che si divertiva a provocarlo gettandogli l’astuccio nel cestino della spazzatura.
Oltre che a scuola, purtroppo avevo modo d’incontrare U. anche in parrocchia, dove talvolta mi recavo, il sabato pomeriggio, per incontrare un’amica. Questo mio compagno frequentava costantemente la parrocchia perché era vicinissima a casa sua, e c’era un bel campo sportivo in cui poteva sfogarsi giocando a calcio, correndo, gridando e sudando a sazietà. ![]()
Il sacerdote della nostra parrocchia era anche il direttore della scuola media da noi frequentata. Era un uomo profondamente buono, anche se apparentemente un po’ burbero, e conosceva benissimo il mio compagno U., dal momento che lo vedeva anche a scuola. Lo conosceva così bene da incoraggiare la sua presenza in parrocchia, nell’illusoria speranza di riuscire ad insegnargli qualche regola di condotta. A tale scopo lo usava anche come chierichetto nelle messe della domenica. Ma U. era talmente incorreggibile, sempre urlante e sempre pronto a scazzottare senza ragioni apparenti, da scalfire persino la pazienza di don I.
Una volta il sacerdote sbottò, ed io assistetti alla mitica scena. In preda ai suoi irrefrenabili bollenti spiriti, U aveva iniziato a correre come un dannato tutt’intorno alla parrocchia, che era piuttosto vasta, e mentre correva urlava come se qualcuno lo stesse scotennando, tanto che era davvero uno strazio starlo a sentire; prima di questa corsa insensata, poi, aveva picchiato per bene un suo amico.
Don I., che evidentemente non ne poteva più, si appostò in un angolo strategico, proprio nel punto in cui il viale d’accesso conduceva al campo sportivo e, appena U. passò correndo, con aria trionfante lo afferrò rapidamente e gli tirò forte l’orecchio sinistro, facendolo diventare più viola di una melanzana. Per la prima volta in vita sua, al terribile U. spuntarono due lacrime. Era ora!
U. fu anche il primo ragazzino a chiedermi un appuntamento, proprio nel periodo buio della sua tempesta ormonale, appuntamento che ovviamente declinai. Ma questa è un’altra storia…

E fui atterrita,
fui sopraffatta,
mi sentii perduta,
mi sentii disfatta
e profondità immense,
e profondità ignote.
Sentii la vita
afferrarmi dentro,
sentii la vita
lacerarmi dentro,
e udii la voce
straziarmi dentro.
Si fermò il cielo
- si squarciò il cielo-
e profondità di luci,
e profondità di colori:
io fui atterrita,
fui sopraffatta,
ma un frammento sbiadito
d’eternità infinita.

Sarà una speranza
l’autunno che torna:
sarà muoversi adagio
lungo strade di pace.
Saranno muri
fradici di pioggia,
crepe sottili
nelle case in rovina,
agonie di foglie
straziate da uomini in fuga.
Sarà una speranza
l’autunno che torna,
sarà un concerto di rami
al suono del vento,
le nostre voci confuse
nella nebbia della sera,
una sinfonia di sospiri,
di passi e di silenzi
nel gelo della sera.
Sarà una speranza
l’autunno che torna,
sarà un arcobaleno di foglie
nell’oscurità della sera.
(1999)
Mezzogiorno di fuoco
Pubblicato 5 Settembre, 2007 cinema 0 CommentiTags: bellezza, film, Gary Cooper

Un film che merita di essere visto è senz’altro High noon, in italiano Mezzogiorno di fuoco, girato nel 1952 per la regia di Fred Zinnemann. A buon ragione è considerato uno dei più bei film western che siano mai stati fatti.
Non scrivo la trama perché sicuramente molto conosciuta. Piuttosto preferisco segnalare l’ottima interpretazione di Gary Cooper, assolutamente perfetto nella parte del coraggioso sceriffo Kane, abbandonato da tutta la città e costretto ad affrontare da solo un grave pericolo.
In origine, per quella parte furono contattati altri attori, fra cui una star come Gregory Peck, un altro dei belli dell’epoca d’oro hollywoodiana, che però non ne volle sapere. Così subentrò Gary Cooper. Non più giovanissimo, con qualche problema di salute e con la carriera in fase di declino, grazie a questo bellissimo film riuscì ad imporsi nuovamente sulle scene, tanto che negli anni ‘50 ebbe modo di girare altri film western di buon livello.
Lo sceriffo Kane da lui interpretato in High noon è sì un uomo coraggioso, ma anche profondamente umano, un’umanità che Gary Cooper riesce ad infondere al suo personaggio con inaspettata maestria. Il suo sguardo leggermente timido, infatti, caratteristica in lui assolutamente naturale, è adatto a rappresentare i timori che progressivamente s’impadriscono del suo personaggio. Magnifica la scena in cui Kane attraversa la via principale del paese, completamente deserta, guardandosi intorno timoroso e camminando con il passo leggermente incerto, mentre la macchina da presa si allontana mostrandolo dall’alto.
La scelta del bianco e nero è indovinata, così come è geniale la capacità del regista di scandire la tensione dell’attesa attraverso le molte inquadrature all’orologio presente nella stanza dello sceriffo. Lo si potrebbe quasi definire un western con il ritmo del giallo.
La stazione, infine, nella sua scarna semplicità, solitaria davanti ad un paesaggio assolato e cupo nello stesso tempo, prefigura in maniera perfetta l’incombere del dramma.
Per gli appassionati di bel cinema un film da vedere. E per le donne un modo utile a ricordare uno degli uomini più belli che siano mai apparsi sugli schermi cinematografici, anche se in questo film appare invecchiato e inevitabilmente meno “perfetto”, persino fragile, e privo del magnifico fulgore della sua giovinezza. Ma è proprio tale fragilità ad averlo reso un ottimo sceriffo Kane.







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