
Anni fa, il liceo che frequentavo fece una sorta di gemellaggio con una scuola tedesca. Per celebrare il fausto evento, alcuni ragazzi tedeschi di quella scuola furono invitati a visitare il nostro liceo e a trascorrere qualche giorno in Italia.
Per l’occasione, fummo obbligati ad imparare una canzone tedesca, che avremmo dovuto cantare ai nostri graditi ospiti in segno di omaggio.
Nessuno di noi conosceva il tedesco, anche perché l’unica lingua straniera insegnata nel nostro glorioso (?) liceo era l’inglese. Tuttavia, da bravi italiani abili nell’arte di arrangiarsi e anche di millantare, alcuni insegnanti ci diedero il testo della canzone e poi ci fecero scrivere sopra alle parole la loro pronuncia.
Nonostante i miei sedici anni, ero già piuttosto incline allo scetticismo e, oltre a ciò, leggermente maliziosa: non mi fidavo molto, infatti, della pronuncia tedesca che ci era stata affibbiata. Tuttavia, ligia al dovere anche se pessimista, m’impegnai a fare le prove con il coro ed il foglio della canzone in mano. Direttrice del coro era una ragazza alla quale era stato affidato questo compito per motivi incomprensibili, visto che non s’intendeva di musica, di cori, di canzoni e non aveva mai diretto nulla in vita sua. Ancora un esempio dell’arte di arrangiarsi.
Quando venne il giorno fatidico, i teutonici furono accolti nella palestra del nostro liceo, una palestra visitata, ogni tanto, anche da qualche scarafaggio, e che, molti anni prima, era stata un piccolo teatro: non a caso, nell’ora di educazione fisica, ci cambiavamo sul palco scalcinato e poi scendevamo “in platea” a fare ginnastica. ![]()
I ragazzi tedeschi, vedendo quella palestra così pittoresca, caratterizzata da un palco con tendoni rossi sdruciti e consunti, restarono molto stupiti, come fu evidente osservando i loro occhi sgranati. I tapini non sapevano però ancora che, su quel palco brutto e vecchio, noi avremmo cantato in loro onore una vera canzone tedesca.
Alcuni professori irragionevolmente entusiasti fecero accomodare i ragazzi proprio sotto il palco, e noi del coro facemmo la nostra comparsa tutti impettiti (beh, io non troppo).
Iniziammo così a cantare, soprattutto a sgolarci, muovendo la testa a ritmo di musica, tipo bambini allo Zecchino d’Oro, e straziando le povere orecchie degli incolpevoli teutonici, che certamente mai avrebbero immaginato tanto discutibile zelo da parte nostra. Mentre cantavamo, osservai con occhio vigile i loro volti profondamente sconcertati e mi accorsi che stavano educatamente reprimendo qualche risata. Non gliene volli, anzi, li compresi.
Qualche giorno dopo, i tedeschi rivelarono quella verità che io avevo sospettato fin dall’inizio: non avevano capito assolutamente nulla delle parole della canzone, perché tutte le pronunce erano sbagliate.
Credo che persino il simpaticissimo e vulcanico Trapattoni, noto per il suo tedesco fai-da-te, abbia una pronuncia assai migliore di quella che i nostri professori c’insegnarono allora. ![]()
Archivia per Aprile 2007

Vista la giornata di sole e di tiepido caldo e la dolce atmosfera primaverile, dato che è sabato e che quindi siamo tutti un po’ spensierati, mi abbandono ad una languida fantasia: una passeggiata in un giardino come quello della foto qui sopra non sarebbe male, almeno secondo me.
E che dire poi del giardino che compare qui sotto? Quale dei due preferire? Si tratta solo di gusti personali. A voi l’ardua scelta.
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Frequentemente in questo blog parlo del mio giardino ideale, il giardino che vorrei avere, perché costituisce una delle mie fantasie più ricorrenti. Forse un meraviglioso simbolo di evasione, che nasconde un istintivo e prepotente desiderio di fuga verso la bellezza e la quiete, verso i colori e la pace.
Dal momento che, come ho scritto altrove, nel giardino dei miei sogni dovrebbe anche esserci un bel roseto, trascrivo ora una riflessione di Sir George Sitwell:
“Quindi, se deve essere un roseto, non scegliete quelle varietà corte, innaturalmente rasoterra, che in loro non hanno nulla del vigore e dell’ambiente selvaggio, né scartate altri fiori che possano rendere omaggio alla bellezza della rosa come cortigiane alla regina.
Lasciate che le rose rampicanti cadano come un velo dalla terrazza e ricoprano con i loro ricami splendenti i muri del giardino; che corrano a profusione sugli archi a volta, elevino gloriosi obelischi di graticci intrecciati di foglie, si arrampichino attorno alle colonne di un tempio con il tetto di rose, dove piccole valanghe di dolcezza si sprigioneranno al tocco e l’oro polveroso del sole si mescolerà con la neve estiva dei petali che cadono.
Lasciate che crescano in un grande vaso o precipitino in una cascata cremosa in una pozza schiumante di fiori.
Al centro del giardino collocate una statua di Venere con una grande fioritura che le cresce in mano, o di Flora, con la cornucopia traboccante di roselline bianche, o una piccola vasca dove amorini plumbei seduti sul bordo peschino con boccioli rampicanti”.
(la foto è tratta dal sito: www.charmingprivatevillas.com/roseto/giardino.asp
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Ho trovato un altro video molto simpatico, riguardante il bel tenebroso Duca Terry Grandchester e la piccola Candy. A mio parere, è un video davvero carino e divertente perché la canzone in sottofondo è “Be my baby” di Vanessa Paradis.
E infatti il video s’intitola: Terry: be my baby.
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Perché indugiare sulle rose? Perché parlarne spesso? Perché è primavera, perché sono bellissime, perché ci fanno sognare.
Quando immagino una giornata di perfetto riposo, mi vedo in un sentiero che, stretto e tortuoso, percorre un roseto. E rose rosse, gialle, bianche, rosa. Impossibile escludere un colore a scapito degli altri, impossibile scegliere fra tanta superba bellezza.
Le rose sono il più sensuale abbraccio della primavera e, come tutte le cose troppo belle, appassiscono in fretta. Ma se anche il loro incanto è troppo breve, il loro ricordo è una goccia d’eternità.
Trascrivo ora una breve riflessione di Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, a proposito delle rose:
“Mi sembra che la nostra maggiore certezza della bontà della provvidenza si trovi nei fiori. Tutte le altre cose, i nostri desideri, il cibo, sono davvero necessarie per la nostra esistenza primaria. Ma la rosa è un extra. Il suo profumo e il suo colore sono un abbellimento della vita, non una sua condizione. E’ solo la bontà a offrire extra, e perciò io ripeto che noi abbiamo tanto da aspettarci dai fiori”.
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A mio parere, gli appennini sono bellissimi. In genere, secondo alcuni, le Alpi sono le montagne più belle in assoluto; in effetti la loro bellezza è notevole, innegabile.
Però, e questo è un gusto del tutto personale, io ho sempre avuto una preferenza per i meno conosciuti, e talvolta disprezzati, appennini. Li amo a causa della loro incredibile dolcezza: anche ad alta quota, in appennino si assapora un’atmosfera molto riposante.
La bellezza degli appennini è appariscente e modesta allo stesso tempo, è una bellezza gentile, a tratti raffinata. Non scuote, non turba, non sconvolge, non soffoca, non innervosisce, ma è tale da donare un incredibile senso di pace.
Ci sono poi aree appenniniche quasi sconosciute ai più, eppure meravigliose. Nella foto, si può ammirare uno splendido panorama dei Monti Sibillini, nell’Italia centrale, che si sviluppano fra l’Umbria e le Marche, e culminano nel monte Vettore, la cima più alta (m.2478). Questi monti non sono molto conosciuti, eppure secondo me vale la pena ammirarli, e vale la pena ricordare che in Italia esistono molte bellezze simili.
Forse è però un bene che tali bellezze siano sconosciute alle masse.
Qui sotto, un’altra bellissima foto dei Monti Sibillini (entrambe le immagini sono tratte dal sito www.fioredicampo.com)

Un vecchio socio di mio zio aveva una situazione famigliare un po’ particolare. In casa sua, infatti, viveva anche il suocero afflitto da arteriosclerosi. Quest’ultimo, a causa della malattia, ne combinava ogni giorno di tutti i colori.
Aveva anche l’abitudine di alzarsi di notte per mangiare, e non certo perché in quella famiglia si cucinasse poco, tutt’altro, ma perché a causa della malattia non ricordava mai di aver pranzato e cenato.
In casa viveva anche un bel cane. Una notte, l’anziano si alzò come al solito per andare a caccia di cibo. La mattina dopo, non appena la figlia si fu alzata, il vecchio l’aggredì violentemente: “Disgraziati! Maledetti! Tutta la roba più buona la date al cane, e a me niente!”.
La povera donna restò sconcertata, finché non scoprì cos’era accaduto. Quella notte, suo padre aveva trovato una scatola di cibo per cani e l’aveva divorato: si trattava di Ciappi.
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Un’altra storia di tanti anni fa, di un Italia che non c’è più. Siamo nel dopoguerra, in tempi di autentica miseria.
In uno sperduto casolare del Frignano, nell’appennino tosco-emiliano in provincia di Modena, una povera vedova con cinque figlie faticava a sopravvivere. Tuttavia, nonostante le condizioni di estrema povertà, in casa aveva anche una gatta che però, ovviamente, non riusciva a sfamare, non avendo neppure cibo sufficiente per sé e per le sue figlie.
La gatta, poverina, era nota in tutto il casolare perché particolarmente affamata, più affamata degli altri gatti in circolazione nella zona, sempre in agguato e pronta ad acchiappare lucertole o altro pur di non morire di stenti.
In un freddo giorno d’inverno, il padre di questa donna, anch’egli in condizioni economiche tutt’altro che floride, si trovava in casa della figlia, momentaneamente assente. Sulla stufa a legna della cucina c’erano un’aringa e un pentolino con un po’ di sugo. Il vecchio prese un cucchiaio per assaggiare il sugo, in modo da calmare un po’ i morsi della fame; la povera gatta, che forse non ne poteva più di avere la pancia perennemente vuota, vide l’aringa sulla stufa e, di fronte allo sguardo stupito dell’uomo con il cucchiaio in mano, fece un gran balzo per prenderla.
Ma la stufa era bollente e la gatta, con un forte miagolio, dopo essersi scottata per bene le zampette, piombò a terra mollando l’aringa e si precipitò fuori di casa, dove c’era la neve. L’astuta micia intelligentemente cominciò a saltellare con notevole dinamismo dentro al candido manto nevoso, pur di rimediare alla scottatura.
Il padre di questa donna, involontario spettatore della scenetta appena raccontata, amava fumare i sigari, ma ovviamente non aveva il denaro per acquistarli. Per soddisfare il suo desiderio, a volte faceva un baratto con un commerciante della zona: gli dava un certo numero di uova delle sue galline e otteneva in cambio un po’ di sigari.
Chissà perché un giorno fu preso dalla frenesia. Probabilmente già da un po’ di tempo non aveva avuto modo di fumare, era cioè in una triste fase di astinenza; d’altra parte aveva poche galline, nutrite alla meno peggio, e le uova gli servivano per mangiare. Ebbene, esasperato dall’astinenza e dalla miseria perenne, un mattino si precipitò nel pollaio sperando di poter avere uova sufficienti per il suo scopo. Ma rimase insoddisfatto, non ce n’erano abbastanza.
Esacerbato dalle continue privazioni, si sfogò a suo modo. Siccome, a suo parere, una gallina lì presente stava impiegando troppo tempo a fare l’uovo, l’agguantò e iniziò a spingerle con forza la parte posteriore per accelerare l’uscita dello stesso, causando così i pietosi lamenti del povero animale, che certamente non poteva fare l’uovo a comando. ![]()

Un altro pensiero dedicato alle rose. Questo è di Deborah Kellaway:
“Quando le rose antiche sono tutte sbocciate, a mezza estate, la vista è così gioiosa, il profumo così intenso, che si può solo ridere e dire: guarda che rose! O magari qualcuno dice: le rose sono particolarmente belle quest’anno.
Ma si sbaglia: le rose sono belle tutti gli anni”.
E’ poi la volta di un pensiero di Frances Hodgson-Burnett:
“E le rose…le rose! Svettanti sull’erba, aggrovigliate intorno alla meridiana, avvinte ai tronchi degli alberi e appese ai rami, arrampicate sui muri…spioventi in lunghe ghirlande, vengono al mondo giorno dopo giorno, ora dopo ora. Belle, fresche foglie, e boccioli- e boccioli- che traboccano dalle loro orlature riempiendo l’aria del giardino”.

Quest’immagine è tratta dall’anime di Candy. Per vederla nella sua interezza occorre cliccare sopra la foto.
Raffigura l’incontro della nostra “eroina” con il bel tenebroso Duca Terence Grandchester, che nel manga viene quasi sempre chiamato affettuosamente “Terry”.
L’incontro avviene sulla nave che conduce Candy in Inghilterra, per studiare alla St. Paul School di Londra. Questa parte ricalca fedelmente il manga, anche se bisogna ammettere che esistono molte differenze fra il manga e l’anime.
Forse tanti ignorano che l’anime non rispecchia fedelmente l’originale manga giapponese, e che fu adattato per un pubblico di bambini o quasi, che non dovevano essere “turbati” da alcune scene considerate inadatte ad un pubblico tanto giovane.
Nella traduzione italiana della Fabbri, poi, persino il manga fu censurato in alcune parti. Ad esempio, alcuni dialoghi fra Candy e Terry furono completamente modificati proprio per eliminare le sfumature più passionali della loro storia.
Un vero peccato, perché a mio parere il manga originale è molto più carino rispetto a quello rimaneggiato della versione italiana della Fabbri, e soprattutto rispetto all’anime. Secondo me non c’ è paragone fra il manga e l’anime, perché nel manga la storia è più scorrevole. I disegni del fumetto sono belli e accurati, e tutti i personaggi principali sono delineati assai meglio a livello psicologico.
Inoltre, nell’anime Candy è spesso piuttosto lacrimosa, a volte anche eccessivamente. La verità è che, per allungare la storia a dismisura, furono inventati episodi non presenti nel manga. Qui, invece, Candy è molto più sobria, meno lacrimosa e persino vestita molto meglio. Nell’insieme la storia risulta migliore sotto molti punti di vista.
Terry, poi, che a mio parere è il personaggio più complesso, tormentato e affascinante dell’intera opera, è delineato assai meglio nel manga, in cui fortunatamente mancano certe sciocche censure.
Ad esempio, nel manga è evidente che Terry è un figlio illegittimo, fortemente disprezzato dalla sua matrigna gelosa, così come sono assai più evidenti il suo tormento dovuto all’infanzia infelice e senza amore, la sua lacerazione interiore, i suoi sbalzi d’umore, il bisogno d’affetto, e anche il suo senso etico. E’ un personaggio a metà fra Amleto e Romeo, con le debite proporzioni.
Nell’anime, per non turbare troppo gli infanti, gli autori s’inventarono che i suoi genitori fossero divorziati. In realtà, Terry era nato da una relazione fra il Duca di Grandchester e una famosa attrice americana, che poi il Duca, per ragioni di ceto sociale, non aveva sposato, contraendo invece in un secondo tempo un matrimonio d’interesse con una donna gelosa del suo primo figlio.
E’ interessante notare poi quanto questo abbia inciso sulla psicologia del nostro eroe, ossessionato dal desiderio di non voler assomigliare a suo padre.
In questo post ho presentato soltanto alcune suggestioni sparse. In futuro, entrerò in qualche dettaglio. Chissà, magari qualche ragazza un po’ nostalgica, passando per caso su questo blog, avrà forse modo di divertirsi un po’.





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