
Un’altra storia di tanti anni fa, di un Italia che non c’è più. Siamo nel dopoguerra, in tempi di autentica miseria.
In uno sperduto casolare del Frignano, nell’appennino tosco-emiliano in provincia di Modena, una povera vedova con cinque figlie faticava a sopravvivere. Tuttavia, nonostante le condizioni di estrema povertà, in casa aveva anche una gatta che però, ovviamente, non riusciva a sfamare, non avendo neppure cibo sufficiente per sé e per le sue figlie.
La gatta, poverina, era nota in tutto il casolare perché particolarmente affamata, più affamata degli altri gatti in circolazione nella zona, sempre in agguato e pronta ad acchiappare lucertole o altro pur di non morire di stenti.
In un freddo giorno d’inverno, il padre di questa donna, anch’egli in condizioni economiche tutt’altro che floride, si trovava in casa della figlia, momentaneamente assente. Sulla stufa a legna della cucina c’erano un’aringa e un pentolino con un po’ di sugo. Il vecchio prese un cucchiaio per assaggiare il sugo, in modo da calmare un po’ i morsi della fame; la povera gatta, che forse non ne poteva più di avere la pancia perennemente vuota, vide l’aringa sulla stufa e, di fronte allo sguardo stupito dell’uomo con il cucchiaio in mano, fece un gran balzo per prenderla.
Ma la stufa era bollente e la gatta, con un forte miagolio, dopo essersi scottata per bene le zampette, piombò a terra mollando l’aringa e si precipitò fuori di casa, dove c’era la neve. L’astuta micia intelligentemente cominciò a saltellare con notevole dinamismo dentro al candido manto nevoso, pur di rimediare alla scottatura.
Il padre di questa donna, involontario spettatore della scenetta appena raccontata, amava fumare i sigari, ma ovviamente non aveva il denaro per acquistarli. Per soddisfare il suo desiderio, a volte faceva un baratto con un commerciante della zona: gli dava un certo numero di uova delle sue galline e otteneva in cambio un po’ di sigari.
Chissà perché un giorno fu preso dalla frenesia. Probabilmente già da un po’ di tempo non aveva avuto modo di fumare, era cioè in una triste fase di astinenza; d’altra parte aveva poche galline, nutrite alla meno peggio, e le uova gli servivano per mangiare. Ebbene, esasperato dall’astinenza e dalla miseria perenne, un mattino si precipitò nel pollaio sperando di poter avere uova sufficienti per il suo scopo. Ma rimase insoddisfatto, non ce n’erano abbastanza.
Esacerbato dalle continue privazioni, si sfogò a suo modo. Siccome, a suo parere, una gallina lì presente stava impiegando troppo tempo a fare l’uovo, l’agguantò e iniziò a spingerle con forza la parte posteriore per accelerare l’uscita dello stesso, causando così i pietosi lamenti del povero animale, che certamente non poteva fare l’uovo a comando. ![]()





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