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In viaggio con la salma
Pubblicato 16 Marzo, 2007 ricordi 3 CommentiTags: carro funebre, ritardo, salma

Premetto che questa è una storia vera.
Un conoscente di mio padre, molti anni fa, decise di fare un secondo lavoro. Si propose così a un’agenzia di pompe funebri, in caso di bisogno nei giorni festivi o al sabato.
Ebbene, come primo incarico gli capitò di dover trasportare una salma fino in Lombardia, in un paesino del lodigiano, nel quale avrebbe dovuto arrivare con il defunto alle 15 del pomeriggio, per la celebrazione del funerale.
Dopo essere partito dalla sua città in Emilia, questo signore a un certo punto si fermò a un autogrill per mangiare. Parcheggiò il carro funebre davanti al ristorante, ed entrò per rifocillarsi. Qui incontrò un suo vecchio conoscente, con cui si mise a mangiare e a parlare in allegria, incurante del tempo che passava. E la povera salma aspettava.
Intanto, il padrone del ristorante iniziò a notare che i clienti abituali non arrivavano e non si fermavano lì davanti, tanto che la sala da pranzo era quasi vuota. Fu così che si decise a uscire e, con estrema sorpresa, notò allora il carro funebre parcheggiato proprio in bella vista.
Appena rientrò, andò a chiedere spiegazioni a questo nostro conoscente, che confermò, senza alcuna vergogna, di dover trasportare la bara con il morto per un funerale. Evidentemente chi passava da quelle parti, vedendo il carro funebre, evitava di fermarsi. Per quel giorno, quindi, il ristoratore perse i suoi clienti.
Ma il fatto grave fu un altro. Il tempo era inesorabilmente trascorso, e questo signore non era ripartito perché aveva anche bevuto un po’, e non era più completamente in sé. Morale: si rimise in viaggio troppo tardi.
Nel frattempo, i parenti del morto avevano telefonato all’Agenzia di pompe funebri perché non avevano visto arrivare il loro congiunto alle 15, come era stato stabilito.
Si tenga presente che a quei tempi non c’era il cellulare, e quindi nessuno poteva telefonare all’uomo che si trovava in viaggio con la salma.
Ecco che allora qualcuno partì direttamente dall’Agenzia per rifare il percorso del nostro conoscente e per capire cosa fosse accaduto. Lo incontrarono in viaggio, sull’autostrada, in Lombardia e in ritardo di circa due ore.
Inutile aggiungere che quello fu il suo primo ed ultimo incarico.

In base alle statistiche di wordpress, visibili soltanto a me perché all’interno del pannello di controllo, oltre al post sulla mitica Holly Hobbie, sembra che siano abbastanza ricercati anche gli articoli sulle rose, sui fiori, sulle fate e sulle favole. Anche il video che ho segnalato su Candy ha avuto contatti, e non da persone che mi conoscono.
Naturalmente queste sono rilevazioni statistiche molto limitate, che hanno un valore assai relativo, direi “casalingo”, e che quindi prendo con molta leggerezza, ma in base alle quali ho scoperto nel mio piccolo, e con mia grande meraviglia, che certi temi apparentemente poco usuali possono invece interessare qualcuno. Mai avrei pensato, infatti, che il post su Holly Hobbie avrebbe avuto tanti contatti.
Oltretutto devo ammettere che a volte, per quanto ciò possa apparire strano, questo blog ha avuto molte più visite di Intersezioni, almeno per quanto riguarda le rapide provenienze dai motori di ricerca. Poi chi arriva dai motori di ricerca non è detto che si soffermi, perché non è scontato che trovi esattamente ciò che desidera.
Ma a parte ciò, quello che intendo rilevare è che certi argomenti apparentemente “strani” sembrano poter attrarre qualcuno. Del resto è comprensibile, visto che le persone hanno bisogno di svago, ed è ovvio che vadano alla ricerca anche di cose che facciano sognare o divertire. Inoltre, mi viene un po’ da sorridere perché qui io mi rilasso, scrivo quello che mi viene in mente senza pormi particolari problemi, senza neppure pretendere di avere lettori, mentre per aggiornare Intersezioni devo anche faticare, documentarmi e impegnarmi, senza contare che lì curo anche di più lo stile e certi minuti dettagli.
Eppure, come spesso capita nella vita, ciò che è meno impegnato e meno impegnativo ha maggiore “successo” (parola eccessiva in questo contesto, ma non ne trovo un’altra adatta a spiegare il fatto).
(in foto, una bella fata alla fonte)

Un altro video carino su Candy, oltre a quello che ho già segnalato, si trova qui. Davvero bellissima la canzone in sottofondo, almeno a mio parere. Il video è costruito sulla love-story fra Candy e Terry, e raffigura il ricordo ed il rimpianto di lei nel pensare a tutta la vicenda, conclusasi con la separazione.
Si sa che, a volte, certe persone dispensano inviti ad amici o conoscenti o parenti per pura cortesia, cioè ben sapendo che l’invito sarà senz’altro declinato o che comunque la cosa non avrà seguito. Inviti chiaramente fondati sulla speranza del diniego. L’invito in genere suona così: “Dài, vieni a trovarci. Ci fa piacere”.
Chi è scafato, chi conosce la vita e i propri simili, sa bene che, dopo aver udito queste magiche paroline, è doveroso fare un discreto sorriso, della serie “sorrido sì, ma non troppo”, accompagnando al tutto un’impercettibile smorfia di vaga consapevolezza, in modo da far comprendere all’altra persona, ovviamente con estremo garbo, che potrà riposare sonni tranquilli, perché il suo invito non avrà conseguenze concrete. E l’altra persona sarà in cuor suo felicissima.
Però…però sarebbe bello avere il coraggio e la faccia di bronzo di comportarsi in un’altra maniera, almeno per una volta soltanto. Sarebbe bello essere così sfacciati e così stravaganti da voler mettere in serio imbarazzo l’interlocutore.
La scena sarebbe superba, da ricordare a vita. Una falsa amica o falsa conoscente (non importa, è la stessa cosa) mi sta davanti e mi dice con voce palesemente sforzata e sguardo viscido: “Dài, vieni a trovarmi al mare”. E io, perfida, fingo di pensarci un attimo con molta concentrazione e poi rispondo con serietà: “Sì, sai che è un’ottima idea? Vengo sabato, e già che ci sono, ci resto tutto il mese”. Sarebbe poi magnifico avere il coraggio di dare seguito alla cosa, piantarsi in casa di costei e farci anche i funghi.

Su Youtube è comparso un delizioso video su Candy, intitolato Candy and her men. Il video è costruito in modo tale che ad ogni spasimante di Candy viene associata una bellissima canzone di Elvis Presley. In sintesi, l’autore del video immagina che ciascuno dei cinque corteggiatori di Candy le dedichi una canzone di Elvis. Le canzoni sono poi scelte in base al carattere e al temperamento dei ragazzi in questione.
I cinque compaiono in quest’ordine: Anthony, Terence, Neal, Archie e Albert. Inutile dire che le canzoni sono bellissime. Aggiungo solo che Neal e Archie cantano la stessa.
Alla fine Candy rivela, attraverso un’altra bella canzone, chi fra questi cinque è davvero nel suo cuore, e, a mio parere, in questo frangente manifesta ottimi gusti.
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Lascio qui il link a questo video perché potrebbe eventualmente interessare a qualche ragazza un po’ nostalgica, che, per caso, si trovasse a passare da queste parti: cliccare qui.

Le violette sono un simbolo della primavera. Da bambina mi piaceva osservare i prati inondati da questi fiori così belli e così semplici, perché erano il segno dell’arrivo della nuova stagione.
Da adulta continuano a piacermi. Le violette sono belle; eppure la loro bellezza non è ostentata, non è un superbo trionfo di forma e di colore, ma un incanto sommesso e modesto. L’incanto di chi, pur bello, resta ai margini del mondo. L’incanto della dolcezza e della tranquillità.

Fra pochi giorni sarà primavera. Però non posso fare a meno di rimpiangere l’autunno, la mia stagione preferita, con le sue foglie colorate e la sua atmosfera dolce e malinconica. A mio parere uno spettacolo unico. Mi piace camminare su morbidi tappeti di foglie ormai morte. Mi piace osservare il lento, inesorabile declino della natura, specialmente in ottobre.
SETTEMBRE
L’estate si è persa
fra i campi,
vaga signora d’antico
vestita,
lacerata dal vento d’autunno,
avvizzita.
(21/9/99)

Mi piacerebbe passeggiare in un grande campo di lavanda. Vorrei immergermi nel profumo della lavanda. Vorrei confondermi nel colore della lavanda.
Lasciando ora da parte questi desideri, a proposito di discutibili “immersioni” nei campi ricordo un episodio accaduto molti anni fa, quando ero ancora una bambina. Mi trovavo in vacanza in appennino e ovviamente trascorrevo la maggior parte delle giornate fuori casa, in giardino o scorrazzando per i sentieri intorno al paese.
Si sa come sono i bambini: pieni di vita, autentiche trottole viaggianti, insofferenti alle regole, specialmente quando si trovano in condizioni di semi-libertà, come appunto in un quieto paesino di montagna.
Chissà perché, chissà per quali reconditi motivi, una sera io e mia cugina, forse non soddisfatte del putiferio combinato durante la giornata, decidemmo di provare un’emozione nuova (va beh!, il termine “emozione” è eccessivo). Al confine con il mio giardino c’era un campo, di proprietà di una coppia anziana e molto amabile, che lì possedeva anche una casa. Il loro campo e il nostro giardino erano separati soltanto da una rete piuttosto bassa, tale da poter essere scavalcata facilmente anche da due bambinette come noi. Ebbene, io e mia cugina, ancora al colmo della vitalità dopo una giornata intensa, decidemmo di scavalcarla per rotolarci giù dal campo, che era tutto in discesa.
Dopo aver oltrepassato la rete, ci precipitammo proprio sull’altura, ci sdraiammo e cominciammo a rotolarci liberamente per parecchi metri. L’erba era anche discretamente alta e non “tenerella”. Stendo un velo pietoso sullo stato dei nostri abiti dopo l’infausta impresa. In ogni caso tornammo all’ovile contente e soddisfatte.
Dopo pochissimo tempo, però, la nostra soddisfazione scomparve come neve al sole a causa di una specie di allergia che ci colpì alle gambe e alle braccia, le parti del nostro corpo che erano state a contatto con l’erba durante la fase di rotolamento. Eravamo rosse come peperoni e piene di prurito, tanto che trascorremmo una notte decisamente insonne.
Posso affermare con certezza che, da quel momento, l’idea di rotolarci in qualsiasi campo non sfiorò più neppure lontanamente i nostri pensieri. ![]()








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