Archivia per Febbraio 2007



Il labirinto

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Tra le mie fantasie, c’è senz’altro quella di perdermi in un labirinto dentro ad un bellissimo giardino. Dovrebbe però trattarsi di un vero labirinto, cioè protetto da piante alte, che impediscano di comprenderne l’esatto percorso, altrimenti non c’è alcun gusto, o almeno io non proverei alcuna soddisfazione.
Credo però che, se mi trovassi in un luogo siffatto, sarei presa dal panico, non riuscendo ovviamente ad uscirne, e quindi è un bene che questa rimanga una strana fantasia, senza realizzarsi nella realtà concreta.

Una fata come avatar

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Questa è la fata dell’amore, una bellissima bambola di porcellana la cui immagine è tratta dal sito www.avalonceltic.com.
L’ho scelta come avatar e così ho deciso di mostrarla ai lettori nella sua interezza.

Una persona educata

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Sono sempre stata abbastanza sensibile all’educazione, un concetto ormai fuori moda, dal momento che viviamo nella civiltà dei cafoni: arroganza, maleducazione, indifferenza sono le caratteristiche fondamentali che contraddistinguono molti nostri connazionali, a qualsiasi classe sociale appartengano. In realtà certe forme sono essenziali per poter vivere meglio con se stessi e con gli altri. Ma sembra che questa osservazione tanto banale sia considerata fuori del mondo.
Ricordo che nel 2001 andai in vacanza in appennino. Avevo preso in affitto un bell’appartamento in una villetta di tre piani con giardino. Io ero al secondo piano. Per non disturbare nessuno, evitai sempre di usufruire del giardino, preferendo trascorrere il tempo libero in un grande parco comunale.
Una volta, uscendo da casa incontrai l’inquilina che viveva al piano di sopra. Trovandomela davanti, mi sembrò naturale e anche segno di civiltà salutarla con un semplice “Buongiorno”. Ebbene, costei non mi rispose, anzi, fu persino seccata dal mio saluto perché fece una smorfia.
Non mi offesi perché sono solita attribuire alle persone il valore che meritano, in genere assai poco. Ma provai pena per quella poveretta, perché aveva fatto una pessima figura.

Valzer d’autunno

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E torna la quiete,
e m’invade il silenzio,
e tu non lo sai
che si spezzano rami
su siepi avvizzite
e si spezza la vita.

Una bellissima strega

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Mi piacciono le streghe e le fate delle leggende e delle favole anglosassoni. Mi piace immaginare che queste creature vivano davvero nel folto dei boschi, anche se so che si tratta solo di una meravigliosa fantasia. Mi piacciono talmente tanto che, alcuni anni fa, acquistai una bellissima bambola-strega di vera porcellana.
Ad una fiera che si svolge ogni anno il 31 gennaio, si trovava sempre, e si trova tuttora, uno splendido banco che vende queste bambole, rigorosamente artigianali. Non sono infatti quelle in serie dei cinesi, ma sono prodotti estremamente particolari perché ciascuna bambola è diversa dalle altre, sia nell’abito che nell’espressione del volto, e non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Essendo completamente di porcellana, sia il corpo che la testa, e ciascuna diversa dall’altra, non costano poco.
Mi ricordo che allora andai alla fiera già decisa a fare il tanto sospirato acquisto. Negli ultimi due o tre anni, a causa della crisi economica, questo banco è meno fornito, ma quando comprai io la bambola (l’euro non c’era ancora) i modelli si sprecavano, erano talmente tanti che si faticava a scegliere.
Ricordo che le osservai una ad una, per scegliere quella più bella. C’erano elfi, gnomi, streghe e fate, ma io ero orientata ad acquistare o una strega o una fata: le streghe si distinguevano per il lungo cappello a punta, mentre le fate per dei copricapi ricchi di fiori e frutta. Non fu facile decidermi, perché certe fate avevano splendide acconciature, però magari il volto non era bellissimo, o almeno non come io lo desideravo. Inoltre c’era il problema del colore dei capelli: alcune erano bionde, altre rosse, altre ancora more. Io ho sempre avuto molta passione per i capelli scuri, e quindi desideravo acquistare una bambola mora.
Improvvisamente, mentre le guardavo una ad una con molta attenzione, fui attratta da un viso splendido, il più bello in assoluto presente su quel banco: era quello di una strega con lunghi capelli neri ondulati. Il suo cappello era viola e nero come il suo abito, e tutto sommato quest’ultimo era abbastanza semplice, poco appariscente rispetto a quello di altre bambole. Ma il volto era insuperabile: orecchie a punta, ovviamente da vera strega, colorito pallido sfumato di un tenue albicocca sulle guance, appena segnate da qualche deliziosa lentiggine, occhi grigio-verdi all’insù. Bellissima e maliziosa.
La acquistai, e da allora si trova adagiata su una poltrona della mia sala. Secondo la leggenda, nelle notti di luna piena questa strega può esaudire qualsiasi desiderio.
Ovviamente non ci credo, però è una bella favola.

(In foto, si può ammirare la fata dei ghiacci, immagine tratta dal sito www.avalonceltic.com. Per chi fosse interessato, cliccare qui.)

Attesa

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Vado seguendo minuti
ed ore
e non decido passi.
Giorni di pioggia
bagnano i muri.

Febbraio

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Nel freddo
del tardo mattino
t’inquieta il colore
del cielo,
un grigio
trafitto dal vento.
E l’inverno non sa
di morire.

Splendore d’inverno

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Certi spettacoli della natura sono incantevoli. Bisognerebbe avere il tempo per poterli osservare in assoluta tranquillità di spirito, senza preoccupazioni, senza ansie, senza fretta.
Bisognerebbe ascoltare il silenzio che avvolge le lunghe distese innevate. Bisognerebbe fermarsi ad ascoltare se stessi, senza temere di esplorare abissi di sentimenti ed emozioni, senza temere quello che giace sepolto nell’oscurità più profonda della nostra vita interiore.
Bisognerebbe annegare nel bianco dell’inverno per poi riemergerne, più forti, lucidi e sereni.
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La censura sbagliata

daitarn.jpg Gli attuali trentenni certamente ricordano i cartoni animati giapponesi, andati in onda tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, i cui protagonisti erano i giganteschi Robot che difendevano la Terra dagli attacchi spaventosi di terribili specie aliene. In Italia la Rai trasmise per la prima volta l’ormai mitico Atlas Ufo Robot, cioè Goldrake, nel 1978, e il successo riscosso da questa serie fu immenso. In realtà Goldrake era il terzo capitolo di una trilogia che comprendeva Mazinga Z e il Grande Mazinga, ma la Rai mandò in onda Mazinga Z dopo Goldrake. L’inaspettato trionfo di questo cartone animato fu dovuto ad un insieme di fattori tra cui l’assoluta novità del prodotto, il ritmo incalzante degli episodi, gli sfolgoranti colori delle immagini e le belle musiche.
Ad un certo punto, però, un comitato di genitori e di sociologi protestò a causa della violenza presente in quelle serie, e la Rai decise di sospendere definitivamente dalla sua programmazione i cartoni animati incentrati su quel filone. Tuttavia, per la gioia dei bambini di allora, le emergenti e libere reti private mandarono in onda le storie di altri mitici Robot, come ad esempio il Grande Mazinga, l’innovativo Jeeg Robot d’Acciaio, robot completamente magnetico, e il più divertente in assoluto, Daitarn Tre, la cui sigla è definitivamente entrata nella memoria di molti.
A distanza di anni, appare evidente il grossolano errore dei censori. La violenza così deprecata da genitori e sociologi era in realtà una violenza “positiva”, perché mezzo insostituibile per difendere il nostro mondo, la Terra, dalla malvagità altrui; ciò significa che in quei cartoni animati, a differenza di quanto avviene oggi in televisione, la distinzione fra Bene e Male era netta, senza incertezze, senza la minima sbavatura, e i bambini ovviamente lo capivano.
A tale riguardo si può fare qualche esempio, prendendo in esame i due cartoni animati forse più famosi, Goldrake e Daitarn Tre. Actarus, l’eroe che guidava Goldrake, era integerrimo, affidabile, onesto, serio, coraggioso, senza vizi o debolezze di sorta, gentile, generosissimo. Non è esagerato affermare che Actarus rappresentava l’incarnazione di profondi valori etici, essendo un eroe tutto d’un pezzo.
Con il leggendario Daitarn Tre, si assiste ad un interessante cambiamento. L’atmosfera del racconto è radicalmente diversa: Haran Banjo, il protagonista, vive in una splendida villa, è ricco, simpatico, talvolta incosciente e anche un po’ immaturo, ma coraggioso e disposto a sacrificarsi pur di difendere la Terra dai terribili meganoidi. A differenza di Goldrake, questo cartone animato è molto più scanzonato, allegro, con momenti di autentica comicità. Ma, come per contrasto, il finale è una sorta di colpo al cuore: distrutto per sempre l’incubo dei meganoidi, tutti si separano; le due aiutanti di Banjo, Beauty e Reika, se ne vanno ognuna per la propria strada, e altrettanto fa l’elegante maggiordomo Garrison, che si allontana sotto una pioggia scrosciante e si reca ad una fermata d’autobus. Qui, mentre aspetta, Garrison grida al cielo le parole: “Un, due, tre, Daitarn 3″. Le immagini si spostano poi sull’immensa villa di Benjo, dove una debole luce filtra da una sola finestra. Forse Banjo è rimasto lì da solo.
Per chi lo vide fu un finale terribile. Persino a distanza di anni, molti lo ricordano con malinconia. Eppure tutto ciò offre uno spunto di riflessione. Questi cartoni animati, a differenza delle favole tradizionali in cui alla fine gli eroi si sposano e “vivono tutti felici e contenti”, avevano conclusioni molto più realistiche e problematiche. Anche Goldrake non termina come forse tutti speravano, perché Actarus, invece di restare sulla Terra insieme al padre adottivo e agli amici che lo avevano aiutato ed amato, torna con sua sorella Maria sul pianeta Fleed, dove era nato, allo scopo di ricostruirlo. Ebbene, certe conclusioni “sconcertanti” ricalcavano a loro modo la vita del mondo reale, che, al di là delle illusioni e delle finzioni, può essere molto dura perché implica spesso separazione e solitudine, e in essa non vi è mai nulla di scontato. Anche in tale prospettiva queste serie giapponesi furono positivamente innovative.
Per questi motivi e per molti altri, la censura fu quindi, come si è detto, un errore grossolano, frutto di persone ormai troppo adulte per poter comprendere e valutare correttamente l’eterna, intramontabile favola del Bene che lotta vittoriosamente contro il Male, questa volta però trasposta su un piano diverso, indubbiamente più problematico.

Una risposta stravagante

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A volte, capita a tutti di essere protagonisti di fatti decisamente stravaganti, che assomigliano a scene di film comici, tanto da apparire persino inverosimili.
Nel 1998, nel condominio in cui abito ci fu un’invasione particolare. Accadde in un cortile interno e dentro ad un buco formatosi in un muro, all’altezza del terzo piano, proprio dove io abito: qui numerose ed aggressive vespe fecero un nido, e ci trovammo addirittura a non poter più aprire le finestre. A un certo punto, riuscirono ad entrare nell’appartamento del secondo piano e a fare un nido nel lampadario della sala di pranzo, spaventando una coppia di anziani lì residenti.
Ovviamente ci attivammo per affrontare l’emergenza: alcuni chiamarono i pompieri, altri la Meta, altri ancora i vigili o non ricordo chi. Morale: nessuno intervenne, dichiarando che non era di loro competenza. Io telefonai ad una ditta privata che si occupava proprio di disinfestazione: avevo infatti trovato il numero sulle Pagine Gialle, e la pubblicità lì presente faceva riferimento anche al problema delle vespe.
Piena di ingenuo entusiasmo, forse a causa della giovinezza, telefonai e mi rispose un uomo con un tono di voce così virile che mi fece sperare in una rapida soluzione del problema. Esposi il “dramma”, fiduciosa nella competenza della ditta, e l’uomo in questione mi rispose così: “No, è meglio che non veniamo. Non si sa mai che le vespe poi ci inseguano”. :D

(Nota: la foto associata a questo post non c’entra nulla con l’argomento trattato: il fatto è che ho cercato, pur senza convinzione, l’immagine di nidi di vespe, ma dopo averle viste ho deciso di evitare di pubblicarle, perché poco attraenti, se così si può dire)

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OLTRE IL CANCELLO

di Romina
"Una mente vivace e tranquilla può essere soddisfatta anche senza vedere nulla, e non vede nulla che non le piaccia". Jane Austen

 

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"La democrazia può essere molto ingiusta, alle volte, Sabrina. E nessun povero è mai stato detto democratico per aver sposato un ricco". Frase tratta dal film "Sabrina" di Billy Wilder (1954)