Gli attuali trentenni certamente ricordano i cartoni animati giapponesi, andati in onda tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, i cui protagonisti erano i giganteschi Robot che difendevano la Terra dagli attacchi spaventosi di terribili specie aliene. In Italia la Rai trasmise per la prima volta l’ormai mitico Atlas Ufo Robot, cioè Goldrake, nel 1978, e il successo riscosso da questa serie fu immenso. In realtà Goldrake era il terzo capitolo di una trilogia che comprendeva Mazinga Z e il Grande Mazinga, ma la Rai mandò in onda Mazinga Z dopo Goldrake. L’inaspettato trionfo di questo cartone animato fu dovuto ad un insieme di fattori tra cui l’assoluta novità del prodotto, il ritmo incalzante degli episodi, gli sfolgoranti colori delle immagini e le belle musiche.
Ad un certo punto, però, un comitato di genitori e di sociologi protestò a causa della violenza presente in quelle serie, e la Rai decise di sospendere definitivamente dalla sua programmazione i cartoni animati incentrati su quel filone. Tuttavia, per la gioia dei bambini di allora, le emergenti e libere reti private mandarono in onda le storie di altri mitici Robot, come ad esempio il Grande Mazinga, l’innovativo Jeeg Robot d’Acciaio, robot completamente magnetico, e il più divertente in assoluto, Daitarn Tre, la cui sigla è definitivamente entrata nella memoria di molti.
A distanza di anni, appare evidente il grossolano errore dei censori. La violenza così deprecata da genitori e sociologi era in realtà una violenza “positiva”, perché mezzo insostituibile per difendere il nostro mondo, la Terra, dalla malvagità altrui; ciò significa che in quei cartoni animati, a differenza di quanto avviene oggi in televisione, la distinzione fra Bene e Male era netta, senza incertezze, senza la minima sbavatura, e i bambini ovviamente lo capivano.
A tale riguardo si può fare qualche esempio, prendendo in esame i due cartoni animati forse più famosi, Goldrake e Daitarn Tre. Actarus, l’eroe che guidava Goldrake, era integerrimo, affidabile, onesto, serio, coraggioso, senza vizi o debolezze di sorta, gentile, generosissimo. Non è esagerato affermare che Actarus rappresentava l’incarnazione di profondi valori etici, essendo un eroe tutto d’un pezzo.
Con il leggendario Daitarn Tre, si assiste ad un interessante cambiamento. L’atmosfera del racconto è radicalmente diversa: Haran Banjo, il protagonista, vive in una splendida villa, è ricco, simpatico, talvolta incosciente e anche un po’ immaturo, ma coraggioso e disposto a sacrificarsi pur di difendere la Terra dai terribili meganoidi. A differenza di Goldrake, questo cartone animato è molto più scanzonato, allegro, con momenti di autentica comicità. Ma, come per contrasto, il finale è una sorta di colpo al cuore: distrutto per sempre l’incubo dei meganoidi, tutti si separano; le due aiutanti di Banjo, Beauty e Reika, se ne vanno ognuna per la propria strada, e altrettanto fa l’elegante maggiordomo Garrison, che si allontana sotto una pioggia scrosciante e si reca ad una fermata d’autobus. Qui, mentre aspetta, Garrison grida al cielo le parole: “Un, due, tre, Daitarn 3″. Le immagini si spostano poi sull’immensa villa di Benjo, dove una debole luce filtra da una sola finestra. Forse Banjo è rimasto lì da solo.
Per chi lo vide fu un finale terribile. Persino a distanza di anni, molti lo ricordano con malinconia. Eppure tutto ciò offre uno spunto di riflessione. Questi cartoni animati, a differenza delle favole tradizionali in cui alla fine gli eroi si sposano e “vivono tutti felici e contenti”, avevano conclusioni molto più realistiche e problematiche. Anche Goldrake non termina come forse tutti speravano, perché Actarus, invece di restare sulla Terra insieme al padre adottivo e agli amici che lo avevano aiutato ed amato, torna con sua sorella Maria sul pianeta Fleed, dove era nato, allo scopo di ricostruirlo. Ebbene, certe conclusioni “sconcertanti” ricalcavano a loro modo la vita del mondo reale, che, al di là delle illusioni e delle finzioni, può essere molto dura perché implica spesso separazione e solitudine, e in essa non vi è mai nulla di scontato. Anche in tale prospettiva queste serie giapponesi furono positivamente innovative.
Per questi motivi e per molti altri, la censura fu quindi, come si è detto, un errore grossolano, frutto di persone ormai troppo adulte per poter comprendere e valutare correttamente l’eterna, intramontabile favola del Bene che lotta vittoriosamente contro il Male, questa volta però trasposta su un piano diverso, indubbiamente più problematico.





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