
Quando venni ad abitare in centro storico avevo appena diciassette anni. Fui soddisfatta di aver cambiato casa, anche se fino ad allora avevo abitato in un bel quartiere, oltretutto abbastanza vicino al centro.
Tuttavia, essendo l’appartamento più grande rispetto a quello in cui avevo vissuto durante l’infanzia e la prima adolescenza, fui ben lieta del trasferimento. E per alcuni anni, dopo questo cambiamento, non mi capitò di ripensare alla mia vecchia casa e al mio vecchio quartiere.
Poi, in un processo lento ma progressivo, sono riemersi i ricordi e persino alcune inaspettate nostalgie. Tutto questo non è avvenuto casualmente, ma per ragioni precise, che insieme hanno condotto ad un esito impensato, almeno per me. Molti dispiaceri, problemi che si sono susseguiti a ritmo impressionante, e anche, per completare il quadro, vicini di casa particolarmente prepotenti e antipatici, tutto ha concorso, nel volgere di pochi anni, a farmi ripensare insistentemente al passato, alla mia infanzia e alla mia adolescenza, ed a rimpiangere così un tempo della mia vita che in realtà, se considerato freddamente, non merita di essere rimpianto.
Eppure, nonostante questa mia consapevolezza, qualche anno fa fui spinta da un forte desiderio a ripercorrere le strade del mio vecchio quartiere, a dirigermi verso il palazzo in cui avevo vissuto, ma quasi furtivamente, perché non desideravo che qualcuno dei miei vecchi vicini mi riconoscesse. Provavo una sorta di strano pudore, temevo che trasparissero la mia insoddisfazione, la mia delusione, il mio bisogno istintivo e irragionevole di tornare indietro ad afferrare emozioni ormai perdute.
Mi sentivo quasi una ladra mentre camminavo per quella strada silenziosa e ordinata, mentre guardavo quelle villette che precedevano il palazzo in cui avevo vissuto, mentre osservavo quei giardini e con la mente tornavo indietro.
In realtà, non mi mancava certo quello che avevo vissuto, ma soltanto ciò che io ero stata: mi mancavano le aspettative, le speranze e i sogni della prima adolescenza. Avrei dato qualsiasi cosa pur di tornare indietro e di avere il tempo per prendere altre vie, altre decisioni, per modificare ciò che non poteva più essere modificato. Questa e non altro era la mia nostalgia.
A volte, certi pensieri mi assalgono ancora; so che dovrei scacciarli e cerco anche di farlo con tutto il mio impegno. Ma sono più forti di me, sono irrazionali e violenti, e irrompono improvvisamente quando non me li aspetto. Allora rivedo, come in un film, attimi, giornate, pomeriggi d’autunno e di primavera ormai perduti, atmosfere sfumate e rarefatte.
Poi, con estrema fatica, tento di scuotermi e di autoconvicermi che va tutto bene così.





Tornare al passato? Non si può. Esiste solo nella tua mente e, forse, è anche distorto.
Ho provato queste sensazioni anch’io, poco tempo fa. Sono tornato nella zona dove nacqui e dove crebbi fino alla “maturità°.
Vi sono arrivato quasi per caso, durante una passeggiata, ed ho trovato tutto diverso: non ho incontrato alcuna persona che conoscevo, d’altra parte sono passati più di 30 anni; gli alberi che lasciai “alberelli” ora sono diventati tigli enormi che, ovviamente, hanno cambiato il paesaggio. Ai tempi in cui abitavo in quella zona non mancavano i negozi; oggi, tutto chiuso: gli abitanti devono recarsi in zone vicine, ovviamente a piedi o con il vaporetto.
Il patronato, dove ci trovavamo anche in cinquanta ragazzi, e l’antico convento sono diventati sedi staccate di università straniere, però tutto era chiuso.
Nell’arrivare pensavo tutt’altra cosa!
Sono andato via un po’ triste.
La tristezza è una reazione normale.
Non ho scritto che vorrei tornare al passato, ho scritto il contrario: non vorrei mai rivivere il passato, ma soltanto avere le stesse speranze e aspettative che avevo allora.
Inoltre, c’è un altro fatto, accennato nel post: vivo in un palazzo con pochi appartamenti (soltanto sei), ma certi inquilini sono il peggio che si possa trovare sulla piazza, soprattutto tre donne, assai più pericolose di Bin Laden.
Una, ad esempio, vive perennemente alla finestra anche d’inverno, pur di osservare chi va e chi viene: una volta c’era una mezza tempesta di neve ed un freddo insopportabile, ma lei era lì, con la finestra spalancata, che guardava attenta chi usciva e chi entrava, per andare poi ad elaborare le sue teorie in proposito. Non ha pensieri suoi, tutto il giorno pensa agli altri, ed è così da sempre. Quando non è alla finestra, staziona nell’ingresso del suo appartamento per sentire i passi di chi scende le scale, e spesso è così poco intelligente da aprire addirittura la porta per guardare. Deve essere davvero disperata per ridursi così!
Un anno fa, costei suonò addirittura alla porta per chiedere a mia madre perché non mi vedevano mai. Insinuò addirittura che potessi stare male, e mia madre, sconcertata, rispose che io ero molto impegnata, e che quindi era impossibile che mi vedessero bighellonare sulle scale oppure altrove.
D’estate, le tre fringuelle si mettono persino a sedere sulle scale, mezze sdraiate, a chiacchierare per ore, e quando passi faticano a spostarsi. Ovviamente, poi, dopo essere state insieme, si parlano dietro l’un l’altra, ma il copione continua incessantemente. Queste signore non fanno niente dalla mattina alla sera se non parlare degli altri condomini e cercare pretesti per litigare. Se raccontassi nei dettagli cosa si sono inventate, verrebbe da ridere o da piangere, a seconda dei casi.
Un solo esempio: alcuni anni fa, siamo stati criticati perché NON facevamo rumore. Avete capito bene, il problema era la nostra NON chiassosità, e il fatto che non ci vedessero mai.
Mio padre è stato accusato di “superbia” (e dire che è persino timido) perché non si mette a fare le chiacchiere della lavandaia sulle scale, stessa cosa per mia madre, che ha il torto di starsene in casa e di farsi gli affari suoi.
Poi ci hanno rubato la posta per ben tre volte, esattamente le lettere provenienti dalla banca e destinate a mio padre, e tutto per vedere l’eventuale entità del suo conto. Tra l’altro, siccome mio padre era appena andato in pensione, volevano vedere a quanto ammontava la liquidazione.
Vanno anche ad aprire i sacchetti della spazzatura, per guardare cosa c’è dentro, e, quando non trovano materia per litigare, s’inventano che non erano ben chiusi.
Questi esempi sono NULLA rispetto a tutto quello che abbiamo subito, perché mi vergogno ad entrare nei dettagli. Provinciali di bassissima lega!
Ecco che allora, quando ripenso al passato, provo nostalgia anche perché nel palazzo in cui ho trascorso ben undici anni della mia vita, queste cose non sono mai accadute e non le avremmo neanche immaginate. C’erano piccole beghe condominali, ed esistevano donne impiccione anche là, e molte, perché in provincia la mentalità è questa, solo che non avevano cattiveria, erano innocue e anche affezionate.
Vorrei cambiare casa, ma purtroppo in questo momento non posso. Questo è un mio grande dispiacere.
Evidentemente le tre donne non hanno niente da fare di meglio che “rompere”.
Direi proprio che non t’invidio!
Nel mio palazzo/condominio, invece, ognuno fa gli affari suoi.
Le uniche “beghe” si sentono all’assemblea annuale, ma sono poche cose. questione più che altro di qualche spicciolo.