
Quando inizia un nuovo anno è tradizione, o comunque convinzione diffusa, che si debbano fare buoni propositi. Il 31 dicembre si osservano spesso certi riti, ovviamente per abitudine o a solo scopo di divertimento, come indossare qualcosa di rosso o altro ancora, con la speranza che desideri e propositi possano realizzarsi.
Da adolescente anch’io attendevo il nuovo anno con qualche speranza, la speranza che recasse liete novità e soprattutto il superamento di certi problemi. Naturalmente ciò non avveniva, ma, essendo giovanissima e quindi colma di aspettative a proposito del futuro, non mi perdevo d’animo, e continuavo a sperare imperterrita.
Mi capitò di indossare qualcosa di rosso il 31 dicembre, di stilare un elenco delle cose da fare e da non fare, e così via. Ovviamente non credevo davvero alle virtù miracolose di questo ritualismo, ma preferivo conformarmi, della serie “non si sa mai”.
Tuttavia, smisi molto presto queste abitudini, già a vent’anni. Da allora, quando inizia un nuovo anno, non faccio progetti, non elaboro propositi, non indosso nulla di rosso, ma me ne sto tranquilla, mangio e mi riposo. Sembra quasi che mi porti maggiore fortuna.
Sempre da adolescente, quando passavo le vacanze estive nella mia casa in appennino, trascorrevo delle bellissime serate all’aperto, fino a notte inoltrata. Il cielo pieno di stelle era incantevole, e insieme a mia cugina stavamo ore a parlare in giardino.
Naturalmente, quando vedevamo una stella cadente (ah, le mitiche notti del 10 agosto!) ci affrettavamo colme di entusiasmo ad esprimere desideri, con la speranza che potessero realizzarsi. Ci mettevamo d’impegno a concentrarci, e, pur sapendo che si trattava di un rito inutile, lasciavamo che l’immaginazione prendesse il sopravvento e ci trasportasse lontano.
Io ero solita esprimere un desiderio ben preciso, che ovviamente non si realizzò. A diciotto anni smisi definitivamente di guardare stelle cadenti e di affidargli i miei desideri.





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