Durante l’infanzia e l’adolescenza, amavo l’estate perché era per me sinonimo di libertà: tre mesi in cui poter fare ciò che mi piaceva, uscire, andare in montagna, stare all’aperto il più possibile. Oltretutto tolleravo il caldo benissimo.
Adesso, invece, la mia stagione preferita è l’autunno, a causa della bellezza dolce e malinconica dei suoi colori, della sua atmosfera rarefatta, del suo segnare la fine di un caldo tropicale che fisicamente non sopporto più.
E ho rivalutato persino l’inverno, stagione che credo non piaccia a nessuno o quasi. Anzi, forse celebrare il fascino dell’inverno può apparire un atto un po’ folle, perché l’inverno è cupo, è scuro, è vita che si conclude, è gelo, tremore.
Eppure non mi dispiace più. Non mi dispiace, se ho una giornata di libertà, starmene chiusa, al caldo, e guardare da una finestra il grigio del cielo, le ombre della sera che scendono cupe sulla città, i passanti che camminano velocemente. Non mi dispiacciono i colori scuri, la nebbia che confonde le cose, gli alberi spogli. L’atmosfera che caratterizza l’inverno mi regala la capacità di concentrarmi, di non disperdermi, di essere sempre attiva.
Gusti personali, del tutto soggettivi, è ovvio.





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