Archivia per Gennaio 2007

Un insegnamento importante

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Avevo dodici anni quando a scuola ci condussero in visita ad un cantiere edile, alla periferia della città.
Qui un geometra ci spiegò le varie fasi di lavorazione per la costruzione di una casa. A un certo punto ci mostrò un garage e, guardandoci con un’aria estremamente seria, disse:”Non bisogna mai mettere uno scalino davanti al garage, altrimenti la macchina non riesce a passare”. :?
I miei compagni rimasero tutti concentrati ad ascoltarlo, come se avessero appreso qualcosa di nuovo o di importante, mentre io dovetti frenarmi per non scoppiare a ridere. Ma il colmo fu che il geometra in questione s’impegnò a ripetere per ben due volte questo imprescindibile insegnamento.

Tre emiliani a Milano

cattedrale-milano.jpg Desidero raccontare una storia vera, a mio parere molto simpatica, che ha come protagonisti tre giovani ragazzi emiliani emigrati, per ragioni di lavoro, nel capoluogo lombardo. Era il lontano 1963, e per chi nasceva in Appennino, come gli “eroi” di questa storia provenienti dal Frignano, a quei tempi emigrare era quasi un obbligo, un’autentica necessità. Due di loro lavoravano a Milano come camerieri, mentre un altro faceva il muratore.
Non era facile la vita per queste persone, che in genere, nei momenti di libertà, si ritrovavano tra loro, senza riuscire a fare amicizia con qualche milanese doc. Bene o male erano forestieri e come tali considerati, anche se provenivano dal nord Italia.
Un giorno, durante una pausa dal lavoro, si incontrarono in Via Manzoni, davanti ad un bellissimo ristorante di lusso, una sorta di miraggio per loro che non avevano mai visto prima nulla del genere.
Il muratore, che era davvero un bel ragazzo ma decisamente “in bolletta”, cominciò a lamentarsi delle sue condizioni economiche, sostenendo di non avere neppure i soldi per tornare a Como, nel cantiere in cui lavorava. Uno del gruppo, G., dal carattere particolarmente estroverso e giocherellone, molto incline a fare scherzi (ne combinò davvero molti durante il suo soggiorno a Milano), cominciò così, rivolgendosi al muratore lamentoso: “Tu sei bello, alto, giovane, tu sei uno che piace alle donne, e sei messo in queste condizioni! Non ti vergogni? Ecco, guarda là dentro!”, e indicò un tavolo del ristorante attraverso la vetrina. Dentro videro un uomo vecchio e pelato, decisamente brutto ma vestito benissimo, seduto insieme ad una bella ragazza molto giovane.
A quella vista il muratore rimase male, mentre G. gongolò per quanto stava per fare. Per attuare il suo piano, cercò di infondere maggiore sdegno al muratore avvilito: “Che schifo!, quel brutto vecchio insieme ad una ragazza giovane, e tu che sei bello devi stare così, non riesci neanche a trovare una donna. Guarda, ti dò 1500 lire se vai dentro al ristorante e dai uno schiaffo a quel vecchio barbagianni pelato!”. G. estrasse realmente 1500 lire e le infilò nel taschino del muratore, sempre più umiliato a causa della sua inferiorità.
A quel punto non ebbe esitazioni: il muratore entrò come un fulmine nel ristorante, diede un forte schiaffo al signore anziano e poi uscì correndo. Tutti e tre i baldi giovani iniziarono a scappare, anche se il terzo, il più timido, che si era limitato a guardare senza dire neppure una parola, fu spinto con la forza perché era letteralmente terrorizzato.
La polizia giunse velocemente sul luogo del misfatto, ma costoro riuscirono ad infilarsi in un portone lì vicino, di cui G. conosceva appunto il portiere, emiliano anche lui. Il più timido dei tre, quello che in genere si trovava coinvolto suo malgrado, quella sera si sentì male ed ebbe la febbre.
Una storia vera, come ho scritto all’inizio, una storia di un’epoca che non esiste più, ma forse interessante proprio perché, nel suo piccolo, ci racconta un’altra Italia.
G., il giocherellone d’assalto, rimase poi in Lombardia, si sposò e ora vive in Brianza. Gli altri due tornarono in Emilia.

La neve

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Quando ci penso, mi piace. Vorrei che la neve cadesse per un giorno intero, imbiancando completamente tutta la città, ma questo sembra davvero un inverno anomalo.
Quattro o cinque anni fa, alla fine di febbraio, nella città in cui vivo vi fu una mezza tempesta di neve. Ricordo ancora con precisione che era un sabato pomeriggio: dalla finestra della mia stanza mi misi ad osservare i fiocchi che cadevano velocemente, mentre la strada vuota era percorsa da un vento particolarmente gelido.
Quando, verso sera, smise di nevicare, decisi di uscire per avere il privilegio di osservare le vie del centro tutte bianche prima che le automobili sporcassero il loro candido mantello. Il freddo era intensissimo, ma io ero decisa a fare la mia piccola spedizione, e mi resi conto che non poche persone avevano avuto la mia stessa idea: le strade prima vuote, infatti, erano diventate adesso improvvisamente animate.
Giunta ad una piccola piazza vicina alla via in cui abito, vidi due ragazzine entusiaste e intente a creare un buffissimo pupazzo di neve, con le braccia stranamente tutte allargate. Le automobili in sosta erano completamente ricoperte di neve, e finalmente non esposte alla vista dei passanti. Pareva quasi che non dovessero più riuscire a muoversi.
Mi sembrò allora di passeggiare in un mondo incantato, un mondo fuori del tempo, avvolto da un magico silenzio, solo sporadicamente spezzato da qualche grido di gioia. Era come se la realtà quotidiana, noiosa, grigia, cupa, fosse sparita per lasciare spazio ad una dimensione da fiaba, ovattata e irreale.
Persino dai visi dei passanti traspariva una sorta d’infantile soddisfazione: per la prima volta osservai volti sorridenti, e passi lenti e compiaciuti, come se ciascuno desiderasse che quel momento potesse prolungarsi all’infinito.
Eravamo tutti tornati un po’ bambini. Eravamo tutti tornati un po’ più umani.

Pomeriggio d’inverno

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Vorrei avere un intero pomeriggio libero, libero non solo da impegni ma anche da preoccupazioni, da pensieri e dai soliti assilli quotidiani, e dedicarmi a contemplare l’inverno.
Vorrei avere il tempo di osservare file di alberi spogli, il grigio del cielo e della nebbia, i volti stanchi, ostili e distratti dei passanti infreddoliti, l’inesorabile calare della sera.
Vorrei vedere un lago ghiacciato, e i cupi tronchi degli alberi stagliarsi nello spettrale paesaggio tutt’intorno. Vorrei percorrere un viale innevato, e vivere il gelo del silenzio avvolto di bianco.

Il mondo incantato di Holly Hobbie

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Uno dei ricordi più belli della mia infanzia è costituito dalle immagini firmate Holly Hobbie, immagini che comparivano su diari, block notes, quaderni e altro.
Le bambine raffigurate in questi disegni erano l’emblema dell’innocenza. Accuratissimi i dettagli di queste immagini così poetiche, dettagli che rimandavano ad un mondo incantato, immerso in una quiete astorica e colmo di serenità e di dolcezza: abitini rétro colorati e romantici, particolari del mondo della natura nelle diverse stagioni dell’anno, cagnolini e gattini sugli sfondi.
Conservo ancora un bellissimo diario di Holly Hobbie, in cui a ogni mese è associata una figura diversa. Ad esempio, nel mese di aprile è raffigurata una graziosa bambina con i capelli ricci e biondi raccolti sulla nuca, e intenta a innaffiare alcune piante. Molto suggestivo appare poi il mese di ottobre, grazie a un’immagine che riesce a creare perfettamente, in pochi tratti, l’atmosfera autunnale: una bambina è inchinata sulla terra bruna, indossa un mantello che le lascia scoperta parte del vestito azzurro, e, sotto un albero ormai spoglio, porge a un gattino un piccolo piatto con un po’ di cibo.
Nel mese di dicembre, una bambina coperta con cappello, cappotto, sciarpa e guanti se ne sta seduta su una panchina innevata, sotto un albero completamente spoglio, e scrive dei biglietti di Buon Natale.
Conservo anche gelosamente un piccolo block-notes in cui sono raffigurati un bambino ed una bambina: lui si trova su un albero pieno di mele, dove è andato a recuperare un gatto, e lo porge a lei che, sotto l’albero, guarda in alto e allarga il suo grembiule colorato per prenderlo.
C’è un bel sito dedicato a Holly, e dal quale ho ripreso queste due immagini. Per vederlo, cliccate qui.

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Inafferrabile passato

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Quando venni ad abitare in centro storico avevo appena diciassette anni. Fui soddisfatta di aver cambiato casa, anche se fino ad allora avevo abitato in un bel quartiere, oltretutto abbastanza vicino al centro.
Tuttavia, essendo l’appartamento più grande rispetto a quello in cui avevo vissuto durante l’infanzia e la prima adolescenza, fui ben lieta del trasferimento. E per alcuni anni, dopo questo cambiamento, non mi capitò di ripensare alla mia vecchia casa e al mio vecchio quartiere.
Poi, in un processo lento ma progressivo, sono riemersi i ricordi e persino alcune inaspettate nostalgie. Tutto questo non è avvenuto casualmente, ma per ragioni precise, che insieme hanno condotto ad un esito impensato, almeno per me. Molti dispiaceri, problemi che si sono susseguiti a ritmo impressionante, e anche, per completare il quadro, vicini di casa particolarmente prepotenti e antipatici, tutto ha concorso, nel volgere di pochi anni, a farmi ripensare insistentemente al passato, alla mia infanzia e alla mia adolescenza, ed a rimpiangere così un tempo della mia vita che in realtà, se considerato freddamente, non merita di essere rimpianto.
Eppure, nonostante questa mia consapevolezza, qualche anno fa fui spinta da un forte desiderio a ripercorrere le strade del mio vecchio quartiere, a dirigermi verso il palazzo in cui avevo vissuto, ma quasi furtivamente, perché non desideravo che qualcuno dei miei vecchi vicini mi riconoscesse. Provavo una sorta di strano pudore, temevo che trasparissero la mia insoddisfazione, la mia delusione, il mio bisogno istintivo e irragionevole di tornare indietro ad afferrare emozioni ormai perdute.
Mi sentivo quasi una ladra mentre camminavo per quella strada silenziosa e ordinata, mentre guardavo quelle villette che precedevano il palazzo in cui avevo vissuto, mentre osservavo quei giardini e con la mente tornavo indietro.
In realtà, non mi mancava certo quello che avevo vissuto, ma soltanto ciò che io ero stata: mi mancavano le aspettative, le speranze e i sogni della prima adolescenza. Avrei dato qualsiasi cosa pur di tornare indietro e di avere il tempo per prendere altre vie, altre decisioni, per modificare ciò che non poteva più essere modificato. Questa e non altro era la mia nostalgia.
A volte, certi pensieri mi assalgono ancora; so che dovrei scacciarli e cerco anche di farlo con tutto il mio impegno. Ma sono più forti di me, sono irrazionali e violenti, e irrompono improvvisamente quando non me li aspetto. Allora rivedo, come in un film, attimi, giornate, pomeriggi d’autunno e di primavera ormai perduti, atmosfere sfumate e rarefatte.
Poi, con estrema fatica, tento di scuotermi e di autoconvicermi che va tutto bene così.

Strane domande

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In tutta Italia, nelle varie reti televisive locali assistiamo ad una sfilata di cartomanti, spesso donne, che fingono di predire in diretta il futuro di coloro che le chiamano.
Ogni tanto, a puro scopo di curiosità, ho guardato qualcuna di queste trasmissioni, anche perché esistono certe reti televisive che campano quasi esclusivamente sulle cartomanti.
Ebbene, le telefonate che spesso ricevono costoro sono autentici pezzi comici. In alcuni casi, mi è capitato di non credere alle mie orecchie nell’udire certe domande. Ricordo ancora una giovane che, dopo aver chiamato, si espresse così:”Il mio ragazzo è morto una settimana fa; vorrei sapere se ne trovo un altro”. :|
Se è vero che le sorprese non finiscono mai, è giusto ricordare che tempo dopo, sempre una giovane chiamò e chiese: “Vorrei sapere se il rapporto con il mio ragazzo andrà bene”. E la cartomante disse:”Sì. Dimmi prima qual è il suo colore di capelli”. Si udì allora la voce della ragazza urlare forte a qualcuno: “Papà, di che colore ha i capelli il mio ragazzo?”. :?
Sì, so che sembra incredibile ma sono disposta a giurarlo su qualsiasi cosa. Ricordo che ero davanti al televisore con mio padre, il quale rimase basito come me e tuttora, a volte, cita l’episodio.
Mi capitò poi di sentire la telefonata di una signora anziana che si rivolse ad una cartomante venticinquenne così: “Ho sessant’anni e dovrei andare a convivere insieme a due uomini. Uno ha la mia età e l’altro ha ottant’anni. Vorrei sapere se quello di ottant’anni mi lascia l’eredità”. La giovane cartomante bolognese le rispose: “Soccia, signora, è già dura vivere con uno…”. :mrgreen:
Fu poi la volta di un’altra donna, un’anziana che chiamò dicendo: “Accudisco tutti i giorni mia zia che ha più di novant’anni. Vorrei sapere se dura ancora molto o se finisce presto”. :D

Fra i cespugli

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Era l’agosto del 2002 e mi trovavo in vacanza in appennino. Ero solita trascorrere i pomeriggi tra le verdi fronde di un vasto parco, percorso sempre dalle stesse persone, della serie “w la varietà!”.
Tra i silenziosi e amabili turisti della montagna, vi era un pensionato molto particolare: accanito frequentatore di balere di liscio, raccontatore di frottole a profusione, fortemente incline a socializzare con tutti i turisti lì presenti, giovanissimi, giovani o meno giovani.
Questo “umarell” aveva anche un’altra insospettabile caratteristica: tentava in tutti i modi di fare qualche conquista femminile, principalmente fra le donne che incontrava ai balli o anche fra le anziane villeggianti del paese in cui mi trovavo. Era un autentico irriducibile, perché non gli importava nulla di essere respinto, accettava con filosofia i suoi fallimenti, ricominciando tutto da capo. Naturalmente, come da copione, era sposato.
Ciò che maggiormente colpiva di costui, e che lasciava interdetti, era il suo modo di camminare lungo le stradine del paese, sempre rasente i muri, come se stesse strisciando e fuggendo furtivo da chissà cosa. Aveva anche la strana abitudine di nascondersi dietro ai tronchi degli alberi, nel parco, per osservare le donne di passaggio. Sì, lo so, parlare di “nascondersi” è un’enormità, visto che un tronco d’albero non è certo un nascondiglio impenetrabile; non a caso, una volta lo vidi distintamente, appostato proprio dietro ad un tronco, tutto inchinato e con un piede in avanti, in posizione di scatto, mentre muoveva la testa da una parte e dall’altra per guardare una vecchia seduta su una panchina. In quel momento, mi pentii di non avere con me la macchina fotografica per immortalarlo.
Un giorno questo arzillo anziano trovò il modo di ingegnarsi ulteriormente. Mi trovavo beatamente seduta in un gazebo, nel parco: il cielo era limpidissimo, la pace assoluta e non si muoveva neppure una foglia intorno a me. Serena e tranquilla, avevo appena smesso di leggere un libro quando, non troppo lontano, vidi un cespuglio iniziare a muoversi e si udì un prolungato fruscio. Non soffiava un alito di vento, tutto intorno era immobile, tanto che la cosa mi sembrò anomala. Pensai che vi fosse un animale nascosto, quando, improvvisamente, dal cespuglio spuntò l’umarell di cui ho scritto qui sopra, con l’aria accigliata e i capelli spettinati. Aveva adocchiato un’anziana che passeggiava su un vialetto proprio sopra al luogo in cui mi trovavo, e si era appostato dietro al cespuglio per osservarne i movimenti. :? :?

Per chi non fosse emiliano, il termine “umarell” si riferisce ad un certo genere di pensionati over 60.

La fiera di S. Antonio

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Ogni anno, il 17 gennaio, a Modena c’è la fiera di Sant’Antonio, protettore degli animali. Il centro storico della città si riempie di bancarelle, provenienti da ogni parte d’Italia, che vendono ogni genere di prodotto. Una tradizione antica che ogni anno si rinnova, e alla quale tutti i modenesi partecipano con interesse, sentendosi quasi in “dovere” di acquistare qualcosa. Nessuno vorrebbe mai rientrare a casa a mani vuote.
Ma gli effetti della crisi economica si fanno sentire in maniera molto più incisiva di quanto si possa pensare. Io stessa me ne sono accorta visitando tutta la fiera (per me è comodo, abito proprio in centro storico), e sono rimasta molto colpita da quello che ho visto: poche le persone che hanno acquistato qualcosa, nonostante molti siano stati i visitatori, perché si tratta di una tradizione estremamente radicata, cui nessuno vuole rinunciare.
Ebbene, gli ambulanti facevano a gara per chiamare il pubblico a comprare e ad avvicinarsi, cosa mai accaduta prima. Molti potenziali acquirenti apparivano pieni di dubbi: avrebbero voluto comprare, ma poi ci ripensavano, si giustificavano, tergiversavano, si allontanavano imbarazzati, anche di fronte a prodotti del costo di 5-10 euro. E non sto esagerando, perché sono scene che ho visto ripetersi ad ogni bancarella. Anzi, alcuni ambulanti “storici”, sempre presenti in quest’occasione, hanno visibilmente ridotto la quantità di merce sui loro banchi.
Molti, poi, ne hanno discusso pubblicamente, io stessa ne ho sentiti tanti lamentarsi e sostenere di aver venduto così poco da non potersi pagare neppure le spese del viaggio. Ho visto alcuni di costoro parlarne persino con i vigili urbani, oggi impegnati sulle strade per garantire il corretto svolgimento della manifestazione.
Ma il momento peggiore è stato di pomeriggio, in corso Canal Chiaro, quando alcuni ambulanti hanno detto a mio padre di non aver venduto nulla, e di avere intenzione di andarsene subito, mentre la fiera termina per tradizione alle ore 20. C’è addirittura chi ha lasciato la città alle 17 del pomeriggio, fatto davvero inedito.
Questo trend negativo, per essere sinceri, è già iniziato da anni, solo che ora la crisi è diventata più visibile, e quasi nessuno riesce più a mascherare le proprie difficoltà. In genere, in provincia, e specialmente in queste province, si tende a nascondere certe situazioni, anzi, ci si vuole spesso presentare per ciò che non si è: a sentir parlare parecchi, sembra sempre che siano tutti benestanti, salvo poi osservare queste scene che ormai si ripetono da tempo, e che svelano l’amara realtà.
Del resto, si può affermare la stessa cosa dei negozi del centro, sempre più tristemente vuoti, persino a Natale. Anche al mercato che si svolge a Modena ogni lunedì mattina, capita di vedere la medesima scena: le volte in cui riesco ad andarci, sento gli ambulanti lamentarsi ad alta voce, e fare frequenti battute del tipo: “Siete tutti in bolletta”. Anche qui, iniziano a chiamare gli acquirenti pur di farli avvicinare alle bancarelle.
Queste esperienze quotidiane e concrete sono, a mio avviso, molto più significative delle sciocchezze riportate dai vari media, televisioni e giornali, perché consentono di vedere la vera realtà delle cose, spesso ben diversa dalle cifre e dalle statistiche dispensate al popolo con lo scopo di coprire l’amara verità.

Buoni propositi e speranze

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Quando inizia un nuovo anno è tradizione, o comunque convinzione diffusa, che si debbano fare buoni propositi. Il 31 dicembre si osservano spesso certi riti, ovviamente per abitudine o a solo scopo di divertimento, come indossare qualcosa di rosso o altro ancora, con la speranza che desideri e propositi possano realizzarsi.
Da adolescente anch’io attendevo il nuovo anno con qualche speranza, la speranza che recasse liete novità e soprattutto il superamento di certi problemi. Naturalmente ciò non avveniva, ma, essendo giovanissima e quindi colma di aspettative a proposito del futuro, non mi perdevo d’animo, e continuavo a sperare imperterrita.
Mi capitò di indossare qualcosa di rosso il 31 dicembre, di stilare un elenco delle cose da fare e da non fare, e così via. Ovviamente non credevo davvero alle virtù miracolose di questo ritualismo, ma preferivo conformarmi, della serie “non si sa mai”.
Tuttavia, smisi molto presto queste abitudini, già a vent’anni. Da allora, quando inizia un nuovo anno, non faccio progetti, non elaboro propositi, non indosso nulla di rosso, ma me ne sto tranquilla, mangio e mi riposo. Sembra quasi che mi porti maggiore fortuna. :)

Sempre da adolescente, quando passavo le vacanze estive nella mia casa in appennino, trascorrevo delle bellissime serate all’aperto, fino a notte inoltrata. Il cielo pieno di stelle era incantevole, e insieme a mia cugina stavamo ore a parlare in giardino.
Naturalmente, quando vedevamo una stella cadente (ah, le mitiche notti del 10 agosto!) ci affrettavamo colme di entusiasmo ad esprimere desideri, con la speranza che potessero realizzarsi. Ci mettevamo d’impegno a concentrarci, e, pur sapendo che si trattava di un rito inutile, lasciavamo che l’immaginazione prendesse il sopravvento e ci trasportasse lontano.
Io ero solita esprimere un desiderio ben preciso, che ovviamente non si realizzò. A diciotto anni smisi definitivamente di guardare stelle cadenti e di affidargli i miei desideri.

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OLTRE IL CANCELLO

Il blog di Romina
"Una mente vivace e tranquilla può essere soddisfatta anche senza vedere nulla, e non vede nulla che non le piaccia". Jane Austen
"Di solito la gente crede di fare una cosa particolarmente originale sposandosi, senza pensare che un gran numero di persone si è sposato, a cominciare da Adamo ed Eva". (parole di Polly Ley, nel romanzo "La signora Craddock", di William Somerset Maugham)

 

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